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I migranti e le bandiere

Ogni anno a maggio, pochi giorni prima dell’Indipendenza di Israele, ricevo dagli Stati Uniti una cartolina d’auguri per il mio compleanno. A spedirla è mio nonno novantenne.

Avendo invaso il suo salotto e la sua pace solitaria con i miei studi e sogni americani per un lungo indimenticabile periodo, conosco alla perfezione tutti i suoi orari, gusti, abitudini e sopratutto quei piccoli piaceri che rendono la vita di mio nonno autonoma e piena. Una di queste soddisfazioni è comprare i biglietti d’auguri per il compleanno della sua unica figlia e dei suoi quattro nipoti oltreoceano. Nonostante lui sfiori il secolo, è sempre riuscito a trovare il biglietto giusto, a spedirlo in tempo e all’indirizzo corretto.

Ora che anche io ho lasciato l’Italia, la bussola della nostra dinastia non sa più dove puntare. Lui dalla Calabria è andato negli Stati Uniti, mia madre dal New Jersey si è fermata in Emilia Romagna, ed io da Modena sono arrivata in Israele. Siamo geneticamente predisposti alla migrazione, agli sguardi umidi d’addio e, per quanto sia difficile accettarlo, a questa lontananza fisica che ci rende così simili e vicini.

Mi ritrovo, infatti, a compiere tantissimi gesti che ho visto fare a lui e a mia madre, in tempi e continenti diversi. Pacchi spediti e ricevuti, foto reportage, biglietti d’auguri e lettere a costruire ponti tra un abbraccio e l’altro. Ma è soprattutto nel confronto con gli ostacoli tipici di un migrante che sento il loro sangue sorridermi nelle vene.

Ho pensato a lui anche lo scorso martedì, mentre assistevo alla parata sul lungomare di Tel Aviv per il giorno dell’Indipendenza d’Israele, Yom Ha’atzmaut. Tutte quelle bandiere con la stella di David esposte sui balconi, sulle macchine e per le strade, tutti i fuochi d’artificio e le grigliate all’aria aperta mi hanno di nuovo riportato a lui.

Io, che mi ricordo del tricolore solo in occasione dei Mondiali o delle Olimpiadi, ho sempre guardato con sospetto qualunque bandiera appesa o esibita, e non riuscivo a capire cosa potesse rappresentare per mio nonno la bandiera americana.

Tutto in Israele è davvero diverso da ciò che conoscevo in Italia, così come doveva essere diversa per mio nonno la sua Vallefiorita rispetto a New York. Eppure quest’anno, dopo l’usuale straniamento, mi sono sorpresa a condividere la gioia della collettività in festa, come se uno di quei pezzi di stoffa bianca e blu fosse lì anche per me. Simbolo della mia lenta ma inesorabile conquista della lingua e cultura ebraica.

Tutto d’un tratto ti ritrovi a capire meglio chi ti sta attorno, riesci a decifrare parole, gesti, umori collettivi e non ti sembrano più tutti così alieni. Fino al giorno precedente eri dislocato nel limbo dei migranti, poi all’improvviso sei come atterrato sulla luna, quella che prima guardavi dall’oblò e dove ora svolazza una piccola bandiera.

 

 

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