«

»

LA TUNISIA DOPO BEN ALI/Tra racconti e ricordi

Eccolo di nuovo Muhammed, finalmente a Douz, la sua città, la Porta del Sahara a 550 chilometri a sud di Tunisi. Alle 5 del mattino è ancora buio. Un taxi lo lascia davanti a casa. Lì, tutti dormono, non sanno del suo arrivo. Con gli occhi assonnati, sua madre e i suoi fratelli si precipitano ad aprirgli la porta. Il tempo dei saluti e poi finalmente Muhammed riesce a raggiungere un letto.

Non ha molte ore per riposarsi, perché già alle 10 del mattino iniziano le prime visite: parenti, amici e vicini vogliono raccontargli del 12 gennaio scorso, il giorno della rivolta a Douz. E lui non vede l’ora di ascoltare ogni dettaglio e di guardare la sua ‘nuova’ città alla luce del sole.

Si incammina lungo il Viale 7 Novembre per raggiungere l’omonima Piazza e subito si accorge che entrambi hanno cambiato nome. La piazza principale ora si chiama Piazza dei Martiri. Da lì è partita la rivolta di Douz. Ad attirare la sua attenzione è la carcassa di un’auto della polizia. Sicuramente quel giorno le hanno dato fuoco. Poco è rimasto, a parte i rottami e tanti ricordi. Anche la stazione di polizia è carbonizzata. Sul muro ancora nero e scrostato c’è una scritta: “Yes we can! Ridha e Hatem sarete sempre con noi, vi rivendicheremo!”.

Le prime urla che hanno colmato il silenzio di Douz all’alba del 12 gennaio scorso erano quelle di una donna del quartiere, che piangeva la morte del figlio ventenne ancora prima che morisse. Le lacrime continuavano a bagnarle il viso fino a quando non l’ha visto arrivare sul suo motorino. Era stato confuso con qualcun altro.

Il cugino di Muhammed ha seguito le rivolte incollato al computer e al suo cellulare. Ad ogni drammatico evento caricava un aggiornamento sul web. Muhammed ha saputo da lui che l’11 gennaio a El Golea – un piccolo Comune limitrofo – la gente ha preso d’assalto la stazione di polizia. La voce si è sparsa e la notizia è arrivata immediatamente a Douz, dove migliaia di persone si sono precipitate ad acquistare cibo e acqua, perché “una volta iniziata la guerra, non si sa quando finirà!” dicevano. La gente si è poi radunata in Piazza 7 Novembre per manifestare. Due poliziotti di Douz si sono rifiutati di sparare ai loro concittadini, hanno gettato la divisa e sono tornati a casa.

Non tutti i loro colleghi hanno avuto il coraggio e la forza di seguirli, attaccati al loro ruolo per paura o per convinzione. Spaventati dalla furia della folla, alcuni poliziotti hanno iniziato a sparare qualche colpo in aria. Uno di questi è stato fatale: il primo martire è Ridha Ben Aoun, di poco più di trent’anni. Nella confusione di quel momento, il panico prende il sopravvento. Parte un altro colpo, questa volta ad altezza uomo, che attraversa il capo del ricercatore franco-tunisino e docente di informatica all’Università di Compiegne in Francia Hatem Bettahar. E’ lui il secondo caduto di Douz, che in quel momento si trovava sul marciapiede dall’altra parte della piazza. Vicino al suo corpo c’è anche un ragazzo, che viene colpito dalla stessa pallottola. Oggi questo giovane uomo vive ora con un pezzo di metallo dentro il petto e nulla si può fare per rimuoverlo.

Il cugino di Muhammed continua a raccontare: “A quel punto la gente inizia a circondare la polizia e brucia tutto ciò che vede”. La rabbia sembra incontrollabile. Arrivano i militari per scortare i poliziotti lontano dalla folla. Da quel momento Piazza 7 Novembre cambia nome e diventa ‘Piazza dei Martiri’.

Ciò che è più sconcertante per Muhammed è scoprire dal racconto dei
parenti i nomi degli informatori di Ben Ali. Uno di loro era un suo conoscente. Un altro il suo vicino di casa.
Durante le rivolte, nel caos di quelle drammatiche settimane, la gente di Douz è riuscita ad entrare negli uffici della polizia. E’ lì che ha trovato le famose liste degli informatori, di coloro che riferivano ai ‘piani alti’ conversazioni private, atteggiamenti e dettagli che avrebbero potuto essere una minaccia per il regime di Ben Ali. Prima delle rivolte non si poteva parlare liberamente, perchè nessuno si fidava di nessuno, neanche del proprio vicino di casa o del proprio migliore amico.

L’identità dei ‘traditori di Douz’ è diventata pubblica in poco tempo. I nomi sono apparsi anche su Facebook, generando litigi, baruffe e tanta collera. Ma poi la gente ha scelto di voltare pagina e andare avanti. E i nomi sono stati rimossi dal web.

Dopo pranzo Muhammed incontra i suoi due nipoti. Sono appena usciti dal liceo e vogliono salutare lo zio. Abdallah, il maggiore, ha la mano bendata: il 13 gennaio anche lui è andato a frugare tra i documenti negli ex uffici della polizia. Dentro una busta c’era un ordigno che gli è esploso in faccia. Si è ustionato il volto e la mano, che, a quasi tre mesi dalle rivolte, è ancora bendata. Per fortuna riuscirà a recuperarla.

“Dopo i primi soccorsi ho noleggiato una macchina è l’ho portato a Gabes, a 146 km da qui, dove conoscevo un bravo dermatologo” spiega il padre di Abdallah a Muhammed. “Il dottore era talmente contento di curare un militante che alla fine non ha voluto essere pagato” gli dice sorridendo. Poi conclude: “Sai cosa mi ha detto?” chiede a Muhammed. “Questi giovani ci hanno salvato, ci hanno fatto alzare il capo! Questo ragazzo merita una medaglia!”.

E dunque anche Muhammed a testa alta continua il suo viaggio nella ‘nuova’ Tunisia, tra i racconti della gente e i ricordi del passato.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *