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LIBIA/Rivoluzione: femminile plurale

Colloquio con Imman Bugaighis
portavoce del Consiglio Nazionale di Transizione per la Libia

“Sono solo una donna libica che combatte per la libertà del suo Paese”. Non vi è alcuna esitazione nella risposta. Persino il rumore di fondo della linea telefonica sembra scomparire quando chiedo alla mia interlocutrice come vuole che la presenti. Eppure Imman Bugaighis è molto più di questo. Avvocato, quarantaquattrenne, nata solo pochi anni prima che il suo principale nemico – Muammar Gheddafi – prendesse il potere, la Bugaighis è uno dei portavoce del Consiglio Nazionale di Transizione per la Libia Libera, l’organo direttivo di coloro che la stampa nazionale e internazionale ha ormai consacrato come i “ribelli”.

“Siamo solo dei civili che si sono organizzati e che hanno deciso di combattere per la loro libertà, per un Paese che possa avere una costituzione, che rispetti i diritti umani e le minoranze di qualsiasi tipo” specifica la portavoce del Consiglio, la “spokeswoman” come lei tiene a sottolineare. E le parole “donna”, “libertà”, “Libia” accompagneranno tutta la nostra chiacchierata.

Chi ha avuto modo di incontrarla personalmente descrive Imman Bugaighis come una donna forte, più vicina a una Hillary Clinton che non a una leader di un Paese africano o mediorientale. Forse è per questo che a lei è stato affidato il compito di parlare con i Paesi della coalizione dei volenterosi, mentre sua sorella Salwa si occupa dei collegamenti tra il Consiglio e la piazza. Entrambe, però, hanno fatto della capacità comunicativa l’elemento distintivo della loro partecipazione al movimento di protesta.

“E sono tante le donne attivamente impegnate nella “rivoluzione libica” – sottolinea la Bugaighis – Non sono in prima linea con le armi, ma sin dall’inizio della protesta lavorano fianco a fianco con gli uomini nelle immediate retrovie per favorire il reclutamento dei combattenti, mantenere in piedi l’economia, sostenere la società civile e rendere visibile la rivolta sia all’interno sia all’esterno del Paese. Noi siamo il futuro della Libia, e lo stiamo costruendo giorno per giorno. Vogliamo che tutto il mondo lo sappia”.


Independnews ringrazia Youtube e Al Jazeera per l’utilizzo di questo video

Non è facile capire cosa succeda veramente in Libia. Le notizie dal fronte – o dai fronti, considerata la frammentarietà dell’area di conflitto – sono contraddittorie e confuse, come molto di ciò che accade in questo paese dal 15 febbraio di quest’anno. Il movimento di protesta è nato dalla strada e ne è il ritratto: complesso e variamente composto.

All’inizio la stampa, in particolare quella britannica, aveva parlato di possibili infiltrazioni di miliziani di Al-Qaeda ed Hezbollah tra le file dei ribelli. Proverrebbero prevalentemente dall’Egitto e alcuni tra loro si sarebbero messi alla guida di gruppi di rivoltosi, grazie alla maggiore esperienza militare. Ma come tutti coloro che parlano in rappresentanza della “Libia libera”, la Bugaighis respinge queste accuse al presunto “mittente”, ossia allo stesso Gheddafi.

“Non ci sono combattenti di Al-Qaeda né di Hezbollah, noi siamo musulmani sunniti e ibaditi e siamo da sempre moderati. E’ questa la ragione per la quale vogliamo una Repubblica Libica. Non abbiamo bisogno di una repubblica musulmana o islamica come in altri Paesi, perché il nostro ha una specificità diversa. Le voci riguardanti queste infiltrazioni provengono prevalentemente dalla propaganda del regime che utilizza a suo uso e consumo i file di Wikileaks. Adesso ci sono altre priorità che sono legate alla libertà della nostra gente”.

E su queste priorità la Bugaighis vorrebbe si concentrasse la comunità internazionale.
“Voglio cogliere questa occasione per ringraziare tutti coloro che ci stanno aiutando, la comunità internazionale, le Nazioni Unite, la Nato che hanno riconosciuto il nostro diritto a vivere in una Libia libera. Ma allo stesso tempo chiedo loro di continuare gli attacchi intorno alle nostre grandi città dove, al momento, non ci sono passaggi sicuri per far arrivare gli aiuti umanitari e i cecchini sono ovunque. E soprattutto su Tripoli occupata che è, e sarà sempre, la nostra capitale. Ringrazio tutti per il loro supporto, ma vi dico che non è abbastanza. Noi siamo civili, siamo persone che volontariamente sono scese nelle strade per protestare e far sentire la propria voce dopo 42 anni senza libertà e diritti. Le armi sono davvero importanti per proteggerci”.

A questo punto viene naturale chiederle dell’Italia. Con le relazioni tra il nostro Paese e la Libia di Gheddafi sempre sotto i riflettori internazionali, che cosa si aspetta il Consiglio Nazionale di Transizione?

“Libia e Italia hanno un rapporto molto stretto tra loro. Per questo noi ci rivolgiamo al popolo italiano e al suo governo affinché comprendano che il futuro del nostro Paese è con la sua gente, non con il regime. Noi vogliamo una Repubblica libica che mantenga gli accordi presi con gli altri Paesi e con le organizzazioni internazionali. Vogliamo essere accolti tra le nazioni che hanno una costituzione e rispettano i diritti umani. E vogliamo che l’Italia sia uno dei nostri principali interlocutori, che la gente comprenda che noi stiamo combattendo per ciò che voi già avete: la sicurezza, la libertà e il diritto alla dignità della vita”.

Nel salutarla, mentre Bengasi si trova sotto un acquazzone improvviso quasi come questa rivoluzione libica, le chiediamo se abbia un messaggio per le donne italiane.

“Questo movimento di protesta combatte per il popolo oppresso. Non è una questione di uomini o donne, ma di cittadini libici, di persone. Senza distinzione di colore, religione o sesso. Le donne hanno assunto sin dall’inizio ruoli di leadership nella rivolta, fianco a fianco con gli uomini. Noi dobbiamo essere un esempio per le future generazioni, dobbiamo parlare ai giovani. Andiamo nelle scuole a spiegare che cosa vuol dire libertà, cosa sia una costituzione e parteciperemo – come donne e come individui – alla sua realizzazione. Sono sicura che la Libia Libera sarà rappresentata nello stesso modo da uomini e donne. Per questo chiedo alle donne italiane di fare pressioni sul loro governo affinché anche noi possiamo avere pari dignità”.

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