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MY POINT OF VIEW/ Occupy Rabaa, chi sono i militanti della tragedia annunciata

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Così è caduta Rabaa. Chi l’ha frequentata in quella decina di giorni che hanno preceduto il disastro e soprattutto nei giorni di Eid, sa che non ci può essere perdono per chi, consapevole, ha scelto di eseguire una strage su mandato. Tra i 5mila uomini, donne e bambini che popolavano il campo (secondo le stime del gruppo che ufficialmente si occupava della comunicazione, il Rabaa Tour, le presenze sono arrivate a 15mila il giorno di Eid, contando la distribuzione dei pasti), almeno la metà sono (erano) sostenitori di Morsi, il che equivale a  dire che non sono (ed erano) necessariamente degli estremisti o dei terroristi ma, certamente egiziani (e non solo egiziani) che ostentavano un sostegno fideistico nei confronti del leader maximo, Mohammed Morsi.

Il sostegno della galassia dei pro-Morsi all’ex presidente è talmente convinto da dimenticare sia che Morsi era stato una seconda scelta politica, sia che, nel suo operato, non si era mostrato né celere nel portare avanti un riassetto del sistema legislativo egiziano, né super partes, avendo favorito per cooptazione solo personalità vicine a lui o ai suoi accoliti. Questi erano già due buoni motivi che, in tempi non sospetti, fecero decidere ad alcuni (giovani) ex militanti dei Fratelli Musulmani d’Egitto, di lasciare il partito. Come ha fatto Moaz Abd El-Kareem, oggi membro del Freedom Party (Masr Alhurreya):  due anni fa aveva aderito entusiasta all’avventura democratica a fianco dei Fratelli per poi cambiare idea. “Sono musulmano e sono per Morsi, ma non più con i Fratelli: non mi sento rappresentato dal loro modo esclusivo e centralizzato di agire. Il mio fuoriuscire da questa realtà mi ha procurato parecchi nemici, compresi quelli che mi hanno accusato senza fondamento in tivù  di essere una spia di Hezbollah, solo perchè criticavo la dirigenza.  Adesso mi odiano tutti ed è triste che ti accada proprio con persone con cui condividevi degli ideali”.  Le accuse di Moaz al sistema sono semplici e ovvie: nepotismo e corruzione andrebbero spazzati via.

Questi ideali hanno già mosso le folle egiziane, da prospettive comunque diverse: per chiedere la caduta di Mubarak due anni fa, con il movimento Tamarrud dall’aprile scorso, con la reazione dei pro-Morsi a luglio e agosto. Su queste ultime realtà la comunicazione è però stata piatta, poco incline a mostrarne la complessità. La piazza di Rabaa è stata infatti presentata, durante i giorni di Eid, come pacifica, festosa, colorata. Almeno per una parte dei media, soprattutto stranieri – in testa Al Jazeera – che hanno rimarcato, ad esempio, la volontà degli occupanti di mostrare al mondo che nel campo non c’erano armi, eccezion fatta per meloni e cantalupi utilizzabili alla bisogna, e per una serie di pistole ad acqua in dotazione a ragazzi e bambini che si adoperavano per rinfrescare migliaia di passanti.

“La nostra unica e vera arma è il Corano”, ci ha detto un fellahin incontrato in una tenda di pro-Morsi vicina alle cucine del campo. Qui stazionava un gruppo coeso di 40 uomini, provenienti soprattutto dalla provincia di Alessandria e che si stringevano intorno al dottor Mohammad Addingaoui, uno dei partecipanti alla commissione costituente del governo Morsi, che ha tenuto a sottolineare due cose (sulle infinite altre): “Qui, nella nostra tenda, non ci sono Fratelli musulmani. Noi siamo gente pacifica. Vogliamo il ripristino della legittimità democratica con il ritorno di Morsi, unico vero presidente d’Egitto”. Quanto dice Mohammad è un modo come un altro per chiarire che gli occupanti di Rabaa sono uniti dalla lotta per la legittimità democratica, ma che non bisogna confondere il grano con il loglio.

Che la piazza fosse composta da una galassia di anime politiche risaltava subito all’occhio e meglio all’orecchio, ascoltando i contenuti dei sermoni. Solo che i media internazionali non l’hanno detto, oppure non l’hanno capito. Quella piazza non era totalmente né la raccolta di una marmaglia di terroristi in pectore o di islamisti inferociti, né una concentrazione di signore in niqab e uomini barbuti che andavano a fare il pic nic di Eid.

Rabaa, nella sua multiforme composizione, nelle sue diverse voci e nel suo cambiare pelle dal giorno alla notte, forse è stata la migliore manifestazione, in Egitto, della complessità del mondo arabo sunnita, di questa Umma che riesce a essere davvero unita, esclusa la causa palestinese, solo in due precisi momenti: l’atto della preghiera nel suo confidare nella grandezza di Allah, che suggerisce la forza e  promette la giustizia. Il secondo: nel ritenere giuste le proprie posizioni, religiose e politiche, proprio perchè conferite da Dio e in questa giustezza vede la necessità sia di applicarle su larga scala sociale, sia di difenderle ad ogni costo. Costasse anche la morte.

Così la piazza di Rabaa, sia che fosse frequentata al mattino da donne e bambini, sia che accogliesse la sera un certo numero di capi religiosi della provincia piuttosto integralisti, è sempre stata fedele a un messaggio: morte ad al Sisi, Morsi libero ad ogni costo. E noi siamo pronti a morire per lui. Ecco, il martirio annunciato era già servito sul piatto d’argento. E questo è il motivo principale per cui questa strage poteva essere evitata, oppure poteva non esserlo affatto. Perchè chiunque avesse frequentato quella piazza sapeva che queste persone avrebbero adottato una resistenza immarcescibile, fino al martirio. Sapeva che i militari egiziani si aspettavano questa resistenza e che avrebbero agito senza pietà come è loro costume. E le dirigenze dei partiti di ispirazione islamica, più di chiunque altro, sapevano che questa era la dinamica  esattamente prevista.

Di quella gioia e di quello stare insieme nel giorno di Eid, oggi rimangono pochi segni. Sul terreno, non c’è più traccia della tenda Panorama, quella dove ci si dava appuntamento per svoltare verso le vie laterali e che fungeva da punto di riferimento per chi si fosse perso, cosa che accadeva spesso. Lì venivano esposte tutte le vignette politiche pro-Morsi contro l’incertezza di Obama e il “colpo di Stato” militare. Non c’è più traccia della tenda della memoria, dove erano state collezionate le foto e gli oggetti personali dei morti del 29 luglio, un macabro mausoleo degli orrori quotidiani secondo la retorica splatter di tutte le intifade. Non c’è più traccia delle cucine spazzate via da un fuoco acre e nero appiccato all’alba del 14 agosto. E lo stage al centro dell’incrocio di shara al Nasr, dove ogni sera salivano i predicatori e gli animatori, e al Jazeera aveva la sua telecamera fissa con un braccio meccanico che si allungava sulla folla, penzola a pezzi sotto la protezione della moschea di Rabaa al-Addawjia, che ha ancora un minareto bianco, ma le finestre nere carbone, troppo sdentate per cantare quando sorge e tramonta il sole.

Di quei giorni di Eid rimane l’indignazione degli uomini e  delle donne di buona volontà. Di coloro che si sono adoprati per fare conoscere proprio la parte sana della protesta, coloro che hanno ospitato e protetto i giornalisti in visita. Nessuno dentro Rabaa ci ha mai costretto a indossare l’hijab e, quando lo abbiamo fatto, rispondeva a una nostra precisa volontà. Con loro abbiamo passato momenti di festa, di confronto, di condivisione. Con loro abbiamo dormito, contro ogni convenzione sociale, anche in 10 uomini e una donna sotto la stessa tenda, con la riprovazione di qualche matrona della tenda accanto e abbiamo ricevuto cibo e doni dagli italo-egiziani di Rabaa e dagli alessandrini pro-Morsi.

Queste persone nulla hanno a che vedere con altre che, dopo il massacro, ci hanno fermato, deciso di darci la morte, derubato per una foto che non si doveva fare, per una verità che non doveva essere mostrata. Cioè che fuori da Rabaa chi poteva andava a caccia del poliziotto e uccideva. Costoro fanno il paio con altri violenti, sostenitori dell’esercito, che ci hanno riservato trattamenti simili durante i sit-in dei Fratelli Musulmani in centro città e che, solo per avere intervistato un imam, erano intezionati a picchiarci e requisirci i materiali.

Cosi, per rispetto nei confronti di tutta la società egiziana, ricordare cosa era Rabaa in quei giorni, equivale a dare voce alla parte sana, ma senza tacere che ci fosse dell’altro, perchè non si può fare di tutta l’erba un fascio e non si possono schematizzare le scale di grigi che le guerre, e di più le guerre civili, ti mettono sotto gli occhi. Vittime e carnefici si confondono e il buono e il cattivo si sovrappongono dalla stessa parte: esattamente come i media, tutti i media, ligi all’una o all’altra propoganda, NON dicono.

Così le parole che prendiamo per le più vere, tra quelle sentite dentro Occupy Rabaa, appartengono a Maissa Abdel Latif, egiziana, musumana sunnita, convinta che quello che lei definisce “colpo militare” non si doveva assolutamente fare. Maissa, moglie di un uomo d’affari, vive a Parigi e ha fondato il gruppo “Egyptians abroad for democrazy”: con lei ci sono parecchi giovani internazionali, egiziani nati o cresciuti negli States, a Berlino, in Australia, in Belgio, ventenni nativi digitali e poliglotti che si sono adoperati per raccogliere una serie di forze positive e non violente a sostegno dell’ex presidente Morsi: “Vogliamo un Paese libero e nuovo, senza questa impunibilità della classe militare. Vogliamo un governo civile, non militare.  Non necessariamente vogliamo Morsi, ma contestiamo che un presidente eletto dal popolo sia stato delegittimato con un atto di potere prevaricatorio”.

A Maissa avevamo chiesto anche come si concilia un’azione positiva di cittadini pacifici con quella di alcune minoranze del campo, più integraliste. Lei ha risposto: “Costoro non sono dei nostri, sono infiltrati. Persone che minano alla reputazione della protesta, del campo, del nostro punto di vista come cittadini egiziani e come musulmani”. C’è da crederle, ma si sa anche che le persone di buona volontà, per quanto tante, non facciano quasi mai notizia perché la politica le mette a tacere. Tuttavia proprio queste dovrebbero imporsi per ammorbidire le posizioni dell’Islam integralista e suggerire una via alternativa alla lotta e al martirio.

Il popolo di Occupy Rabaa ha comunque saputo riscattare da solo le sue vere vittime: il giorno dopo la strage le immagini di Morsi che campeggiavano all’incrocio di shara al Nasr erano dei cadaveri di carta. E da Sanaa a Kuala Lumpur nelle manifestazioni di protesta di fronte alle ambasciate egiziane, e su tutti i profili Facebook dei giovani pro-Morsi sono comparsi i ritratti di Asma El-Beltagi, la figlia giornalista diciassettenne di Mohamed El-Beltagi,  dirigente dei Fratelli musulmani, morta durante l’assedio del campo. Così la moschea di Rabaa al-Addawjia, dopo l’esperienza di Occupy Rabaa, legherà il suo nome a un’altra vergine, questa sì, martire. Sorridente, innocente, velata di verde Islam senza sembrare troppo ihwan.  Una novella Fatima che si è messa a vegliare, nella perfezione della sua morte, sulla sballottata gioventù egiziana.

 Dal sito di Laura Silvia Battaglia

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