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Parigi dopo gli attentati. Intervista a Cécile Hennion, giornalista di “Le Monde”

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Cécile Hennion lo conosce bene il mondo, soprattutto quello arabo. Giornalista, corrispondente di guerra da 15 anni per il quotidiano Le Monde e autrice del libro “Ya Benti! Ma fille! Itinéraires d’une jeune reporter en terres d’Islam”, ha vissuto al Cairo e a Beirut, ha imparato l’arabo, ha seguito in prima persona il conflitto in Libano, gli attentati in Giordania e in Egitto e le Rivoluzioni in Nord Africa. Ha coperto le guerre in Iraq e in Libia, dove è stata ferita gravemente, prima di rientrare con urgenza a Parigi. Forse immaginava che il suo ritorno in Francia avrebbe significato una vita più tranquilla rispetto a quella vissuta in un caotico e sempre più complicato Medio Oriente. Ma non è andata proprio così. I recenti attentati terroristici a Parigi, nel cuore dell’Europa, l’hanno profondamente turbata.

La Francia, da allora, non è forse più la stessa: crescono i dibattiti pubblici, riaffiorano critiche sulla politica di integrazione nel Paese, sorgono proposte per riformare il sistema scolastico nazionale, si introducono nuove misure di sicurezza e, in pochi giorni dagli attentati, viene organizzata la grande manifestazione “Je suis Charlie”, la marcia in ricordo delle vittime dopo la strage al settimanale satirico Charlie Hebdo per richiamare i valori della Repubblica e della libertà e denunciare il fondamentalismo islamico.

Dallo scorso 7 gennaio, la vita di Cécile non è più la stessa neanche al lavoro: l’entrata principale del quotidiano Le Monde è stata chiusa e sulla saracinesca è appeso il cartello “Je suis Charlie”. Una guardia armata è posizionata davanti all’entrata secondaria, per controllare i giornalisti e i pochi visitatori autorizzati.
Oggi, a Parigi, e non solo nelle redazioni, il sentimento di insicurezza accresce. Metropolitane, scuole e luoghi pubblici o turistici sono sorvegliati costantemente da poliziotti in uniforme e in borghese. Per le strade, i militari girano armati e controllano alcuni siti. Anche le abitudini della gente sono cambiate: si riducono gli spostamenti e si evitano luoghi troppo affollati. La paura di un nuovo attentato “a casa”, insomma, non si placa. La Francia e l’Europa sono sotto la minaccia jihadista. Di fronte a questa evidente realtà, che Cécile Hennion conosce molto bene, le rivolgiamo alcune domande.

Gli “occidentali” hanno veramente sottovalutato l’avanzata di Daesh (Isis o Stato Islamico NdR) e si stanno progressivamente islamizzando come sostiene lo scrittore Michel Houellebecq?
Sì, al 100% l’hanno sottovalutata. La violenza che vediamo oggi, le esecuzioni, gli attacchi antisemiti, Charlie Hebdo sono direttamente legati a questa progressione del jihadismo, e non parlo unicamente dello Stato Islamico. Mi riferisco ad un’ideologia totalitaria, che abbiamo non solo sottovalutato, ma anche lasciato che si installasse nel vuoto creato in Iraq – dopo la guerra civile del 2007 e l’intervento militare americano nel 2003 – e in Siria, dopo il massacro della popolazione da parte del governo siriano. Questo vuoto è stato riempito dai jihadisti (Al-Qaeda o Stato Islamico), dall’ideologia totalitaria insomma, e là, c’è una responsabilità.
Potevamo proteggere maggiormente la popolazione civile siriana, in particolare quella che si è sollevata in modo pacifico nel 2011 per chiedere democrazia e libertà. Non dovevamo permettere questo massacro. Dovevamo bloccare il male quando era appena nato.
Adesso, i jihadisti detengono una zona geografica così importante, con braccia che si estendono come una piovra, e filiere in Francia, Belgio, Gran Bretagna, … Abbattere il terrorismo oggi è una missione estremamente complessa e difficile, perché ci sono più teste e molteplici braccia. Fino a qualche anno fa, potevamo agire semplicemente proteggendo anche chi si era sollevato contro questo tipo di ideologia. Gli esperti e i grandi conoscitori di Medio Oriente ci avevano messi in guardia un anno fa: la questione non era “se” gli attentati sarebbero arrivati in Francia, ma “quando”. Era inevitabile.
Abbiamo lasciato che questa specie di “mostro” si nutrisse di vittime in Siria e in Iraq, della sofferenza della popolazione civile torturata. Abbiamo visto i giornalisti occidentali che sono stati decapitati e uccisi come cani. Ci sono stati anche giornalisti che hanno cercato di protestare contro questa ideologia totalitaria, di matrice religiosa – come quella dei jihadisti – o solo totalitaria e dittatoriale – come quella di Bashar al-Assad. In molti sono stati torturati nelle prigioni e poi uccisi. Un’aberrazione in un mondo globalizzato come il nostro, dove oggi tutto è collegato via internet, con video e immagini dei protagonisti coinvolti nei combattimenti, anche di propaganda. Chi non era al corrente? Chi non ha visto le mostruosità commesse? Il governo francese era pronto ad intervenire in Siria, ma la società civile americana, britannica e quella francese stessa si erano completamente opposte per ragioni che possiamo comprendere: la vita dei soldati, i costi militari, la crisi economica, …
A mio avviso ci sono stati errori strategici considerevoli da parte di certi Stati. Dal mio punto di vista, bisognava intervenire garantendo principalmente una protezione aerea. Sarebbe stata la risposta più adeguata che avremmo potuto dare per proteggere la popolazione dal radicalismo, così da avere oggi, in quegli stessi luoghi, degli alleati e degli amici e non delle vittime e dei nemici. E’ una tragedia storica terribile. I rischi in Francia e in Europa non andranno a diminuire.
Per ciò che concerne l’islamizzazione in Francia, posso solo dire che sono molti i giovani in piena crisi d’identità o in crisi di adolescenza tardiva, disoccupati … Alcuni sono stati manipolati da immagini che circolavano su internet. In molti pensano che sia giusto rispondere a delle ingiustizie con altre ingiustizie …

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Manifestazione “Je suis Charlie”, Parigi 11 gennaio 2015. Ph. Silvia Dogliani

Isis e Islam non sono la stessa cosa. Come spiegarlo ai francesi e agli “occidentali” dopo gli ennesimi drammatici episodi accaduti a Parigi e dopo il blitz antiterrorismo in Belgio?
Per riassumere molto semplicemente, possiamo dire che Al-Qaeda è la casa madre, la matrice. Daesh (lo Stato Islamico o Isis), all’inizio era una branca di Al-Qaeda e poi le si è rivoltata contro, diventando più radicale in alcune delle sue rivendicazioni. Entrambe le organizzazioni sono dogmatiche e totalitarie. Una vive in clandestinità, l’altra possiede armi e un territorio molto vasto. Lo Stato Islamico è dunque una costola di un’identità che si chiama Al-Qaeda, ha acquisito la sua indipendenza e ha deciso di proclamarsi Stato sovrano. Al-Qaeda è più interessata ad azioni all’estero, mentre lo Stato Islamico si concentra sul territorio che ha conquistato e che vuole estendere. Lo scopo di entrambi è lo stesso: il califfato. Nonostante temporanee alleanze strategiche, si tratta di due entità diverse, oggi in competizione.
Dopo gli attentati a Parigi, ascoltando i dibattiti pubblici alla radio o in televisione, ci si rende conto di quanto diverse siano le visioni di studiosi, ricercatori, esperti di Islam. Ognuno cerca di “vendere” la propria idea – e non lo dico in senso peggiorativo -, come quella “buona”.
Non bisogna, però, trasformare tutto in un gioco di solidarietà, privo di emozioni. La libertà di stampa, per esempio, diventa qualcos’altro e non si sa dove si andrà a finire. E’ necessario, invece, capire la storia, far comprendere il perché dei conflitti.
L’Europa ha una visione molto paternalista: dopo l’entusiasmo delle Rivoluzioni in Nord Africa, gli occidentali hanno pensato: “Hanno la democrazia adesso ed eleggono le persone sbagliate!”. Hanno sempre l’impressione di essere i più saggi, i più avanti nella storia. Trovo che sia una grande mancanza di rispetto decidere che un Paese e un popolo, che a malapena si conosce – spesso si ignorano i fattori principali: storia, tradizioni, problemi, vita, famiglie, scuole, educazione… – abbia votato per le persone sbagliate. La democrazia è un principio e bisogna accettarne i risultati. Poi si può intervenire per spingere certe cose, creare alleanze.
La dignità in Medio Oriente è la cosa più importante. E’ stata il cuore pulsante della Rivoluzione, ma non è stata rispettata.

La paura “dell’Altro” è molto diffusa in Europa. Nelle scorse settimane sono stati messi in discussione anche gli accordi di Schengen. Lei cosa ne pensa? Crede che sia meglio bloccare le frontiere o mantenerle aperte?
Aprire le frontiere, accogliere le persone disperate, rivedere la politica di accoglienza, quella dei rifugiati politici, il diritto d’asilo per chi è perseguitato nel proprio Paese per me è un dovere umano. Io sono contro tutti i tipi di frontiera per definizione. L’accoglienza è fatta così male che ovviamente oggi abbiamo seri problemi. Credo che la Francia in principio avesse una reputazione di accoglienza e di rifugio per persone che avevano opinioni politiche diverse. Sono valori che io riconosco e che sento essere ancora miei anche oggi. Mi piacerebbe che venissero ripresi, piuttosto che vedere la perdita dell’Altro. Mi preoccupa la scarsa conoscenza generale che hanno gli europei – e non parlo solo ed unicamente dei francesi – degli altri: culture, tradizioni, religioni minoritarie. Mi piacerebbe che ci fosse una migliore conoscenza dell’Altro, questo è certo.
Oggi, soprattutto tra i giovani, e non solo quelli che vivono in contesti sociali sfavorevoli, trovo una forte radicalità politica. Se prendiamo l’esempio del conflitto tra Isrele e Palestina e ascoltiamo le opinioni degli adolescenti, notiamo che molti di loro hanno idee molto radicali su certe questioni. A volte, avrei voglia di dire a uno di loro: “vieni con me in Palestina a fare un reportage e vedrai che i palestinesi sono tre volte più pacifici di te!”.
I media hanno il loro grado di responsabilità e devono essere messi in discussione? Forse. Anche se, questi giovani, in realtà, non leggono i quotidiani principali, ma prendono informazioni su internet, guardano quello che vogliono vedere. La violenza verbale si è maggiormente sviluppata qui. Questi giovani hanno una visione deformata, una visione senza un senso esplicito di ciò che accade concretamente là. La loro è una visione della guerra che assomiglia più a quella dei video giochi, dove la vita e la morte sono la stessa cosa. Per quelli che, invece, vivono la guerra tutti i giorni, questa distinzione ha un senso. Perdere un figlio, perché non puoi passare un posto di blocco e raggiungere l’ospedale, ha un senso. E’ assolutamente necessario portare della comprensione, della conoscenza, della curiosità verso l’Altro.

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