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Pesach (Pasqua), pulizie di primavera e aria di cambiamento

Anche quest’anno Pesach, la Pasqua ebraica, è arrivata, ma non è la solita storia. Con questa festività arrivano non solo le fantomatiche ‘pulizie di primavera’ che anticipano il Seder e la lettura dell’Haggadah, ma anche un piccolo miracoloso cambiamento.

Come tutti gli anni, con l’arrivo della primavera, mio marito ed io puliamo casa da cima a fondo, dividendo compiti, ambienti e detergenti. A lui toccano cucina, salotto e ripostigli, a me camere, armadi e bagni. Ci manca solo la mappa del nostro appartamento con una bella linea verde e potremmo chiedere la benedizione all’Onu.

Pesach, detta anche la Festa delle azzime, ricorda la liberazione degli ebrei dalla schiavitù d’Egitto. Prima del Seder, la cena che apre la Pasqua ebraica, si mangiano le azzime, simbolo della fuga precipitosa che non consentì al pane di lievitare. Per questo motivo, durante i sette giorni di festività, è usanza non consumare cibi lievitati.

All’inizio le pulizie primaverili, svolte non solo per riordinare casa ma anche per ripulire la mente, erano nella mia vita di coppia un motivo di grande conflitto. Cominciavamo col discutere la spartizione dei territori da tirare a lucido e finivamo con insultare le rispettive tradizioni.

Lui puliva ogni angolo della cucina, a caccia di chametz (cibo lievitato), esponendo la filosofia chassidica secondo la quale ciò che è fermentato simboleggia l’egoismo e la presunzione in ognuno di noi, il lievito come superbia che gonfia il petto. Io, orgogliosamente atea e piena di preconcetti tanto quanto un bigotto, non lo lasciavo finire e sentenziavo che gli ebrei, considerandosi il popolo eletto, sono comunque pieni di lievito, anche dopo le pulizie primaverili.

La maratona depurativa, da contemplazione mistica, si trasformava in una discussione furibonda, tra secoli di pregiudizi, campi di concentramento e conflitto israelo-palestinese. Scope e stracci volavano in ogni direzione e noi, stanchi morti e impolverati, ci giuravamo nemici per l’eternità.

Oggi mentre puliamo casa ridendo di noi stessi e dei nostri limiti, sappiamo bene che erano le nostre chiusure mentali, e non l’aria del Medio Oriente, a far degenerare un semplice scontro in un conflitto esistenziale. Poche persone al mondo sono davvero aperte come credono d’essere e noi non eravamo immuni da questa presunzione.

Andare d’accordo con chi pensa come noi, chi condivide la nostra cultura, chi ha i nostri stessi gusti ed opinioni non è difficile, perché è una auto-celebrazione di ciò che già conosciamo, e a mio parere non espande lo spirito umano, ma lo stabilizza.
Tollerare e rispettare che un altro individuo possa vedere il mondo con occhi diversi e non considerare il suo punto di vista come sbagliato, inferiore, o – peggio ancora – da correggere, è molto più complicato e spesso richiede un’empatia ed una compassione infinite, ma che accrescono l’esperienza umana oltre i limiti di ciò che è noto e che credevamo impossibile da raggiungere.

Dopo quattro anni di matrimonio ed un bagaglio multi culturale, fatto di infiniti scontri, dialoghi ed incontri, io ancora sono irriverente con le scritture sacre, ma lui non si offende più, perché sa che in fondo ammiro la sua ed altrui fedeltà spirituale, qualcosa che io ancora oggi non riesco ad afferrare, ma che non temo più.

A forza di pulire, rassettare e riordinare, la testa diventa davvero più leggera, i pensieri si sciolgono e si apre una finestra da cui può finalmente entrare una ventata d’aria fresca.

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