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Siria-Francia: dal passato al futuro

SOCIETY_Bistrot_SilviaSiria_640_Ph.SD“E’ il nostro passato e non lo rivivremo più. Non ha senso parlarne e ricordarlo. Non ha senso per me, per mio marito e, soprattutto, per i nostri figli, che ora devono pensare al loro futuro”. Non ha voluto rilasciare un’intervista la madre di tre bambini che ho incontrato di recente a Parigi. Aveva scelto di raccontare la sua storia in forma anonima, quella di una famiglia siriana di Aleppo fuggita in Francia non per scelta, ma a causa di una guerra atroce ancora in corso. Aveva deciso di condividere le emozioni dei suoi figli, catapultati da un momento all’altro in un nuovo Paese: un’altra città, un’altra scuola, un’altra casa e un’altra vita. Dopo averne parlato con il marito, ha cambiato idea. Forse la paura di uscire dall’anonimato o forse quella di ricordare un passato troppo doloroso. Non lo sapremo mai.

 Mi presentano il “docteur”, così lo chiamano al Bistrot. Ci sediamo ad un tavolo a bere un caffé e gli chiedo di raccontarmi la sua storia. Parla francese perfettamente e mi spiega che da ragazzo studiava medicina qui a Parigi. Poi, una volta laureato, è ritornato in Siria. Quando nomina il suo Paese, cala il silenzio. E’ un silenzio pieno di emozioni che solo il “docteur” può comprendere e interrompere. E’ gentile, ma allo stesso tempo diffidente. Devo strappargli le parole di bocca. Se fosse per lui, staremmo senza parlare tutto il tempo. Mi chiede di mantenere l’anonimato e capisco subito che non mi racconterà molto. Ma già poche informazioni sono abbastanza per testimoniare le conseguenze di una guerra e comprendere quanto sia difficile cambiare, senza scegliere di farlo.

A distanza di anni, il “docteur” è di nuovo qui a Parigi, perché di fronte al limitato ventaglio di scelte, questa era la migliore, sia per lui, sia per la sua famiglia. “Abbiamo lasciato la nostra città (non vuole dirmi quale) perché non potevamo fare altro”, afferma, nascondendo la tristezza dietro a grandi occhiali neri. “All’inizio, abbiamo pensato di ricostruirci una nuova vita in un Paese arabo. Ci sembrava la cosa più facile – continua – anche per nostra figlia. Abbiamo raggiunto il Libano, ma non è andata come speravamo: la mia laurea non era riconosciuta e non vi erano ospedali o cliniche pronte ad assumermi. E’ stato all’ennesimo rifiuto che abbiamo deciso di partire ancora. Questa volta con destinazione Parigi“. “Come vi trovate qui?”, gli chiedo. “Stiamo bene”. “E sua figlia e sua moglie?” “Non è facile per loro, ma sono al sicuro”. “Alla fine è riuscito a trovare un lavoro?” “Sì. E’ stato più semplice trovarlo qui a Parigi che non in Libano”. “Cosa ne è stato della vostra casa in Siria?”. “E’ ancora lì. Non è stata bombardata. Abbiamo qualcuno che se ne sta occupando e che ci tiene informati”. Gli chiedo se posso parlare con sua moglie e sua figlia, ma, ancora prima di farlo, conosco già la risposta: “Preferisco lasciarle fuori. Non voglio parlare della Siria con loro”. Non vuole aggiungere altro il “docteur”. Sembra quasi pentito di avermi raccontato pochi, ma importanti, dettagli della sua vita, una vita sospesa e in attesa di essere vissuta.

Remonda è una donna solare. Sorride spesso e sembra sentirsi a suo agio quando le chiedo di rispondere ad alcune domande. E’ un ingegnere civile di Damasco, anche se la sua città d’origine è Homs, dove dall’inizio di febbraio sono stati evacuati numerosi civili e nella quale oggi vivono ancora sua suocera e sua cognata. E’ arrivata a Parigi nel giugno del 2012 insieme al marito – anche lui ingegnere – e ai loro tre figli maschi. Il più piccolo adesso ha 12 anni, mentre gli altri due ne hanno rispettivamente 14 e 18. Le spiego che mi piacerebbe incontrare anche i ragazzi per sapere direttamente da loro come si trovano qui in Francia, come è cambiata la loro vita, quali sono i loro nuovi amici … E’ d’accordo, ma poi l’appuntamento salta. Mi dice che i suoi figli parlano poco, sono in un’età difficile, e forse sono anche un po’ intimoriti da questa intervista. Decidiamo allora di incontrarci al Bistrot solo noi due. Remonda proverà a convincerli e magari fisseremo un ulteriore incontro anche con loro dopo le vacanze (le vacanze d’inverno, come le chiamano qui, termineranno il 28 di febbraio). Per ora sarà Remonda a rispondere per lei e a nome di tutta la sua famiglia.

Tour Eiffel_640Qual è il tuo ultimo ricordo della Siria e il primo, appena arrivata in Francia? “Il mio appartamento, il mio lavoro, la chiesa (Remonda è cristiana), il paesaggio che intravedevo dal finestrino dell’auto, quando stavamo andando verso l’aeroporto. Di Parigi, invece, la vista della Tour Eiffel dalla linea 6 della metropolitana”.
Prima di allora, Remonda non era mai uscita dal suo Paese, se non per andare in Libano in un paio di occasioni. L’Europa l’ha vista per la prima volta quando, di fronte all’insicurezza che si respirava in Siria, ha optato per un cambiamento drastico: partire per un po’ o, forse, per sempre. Approfittando delle vacanze estive, lei e il marito hanno preparato denaro e tutti i documenti necessari per fermarsi in Francia in caso la situazione in Siria degenerava. Qui, vive il cognato di Remonda, che trent’anni fa ha avviato una società di servizi e che li ha ospitati per i primi tre mesi. Remonda, il marito e i figli sono partiti tutti con un visto turistico. Il marito, grazie all’impresa del fratello, è riuscito ad ottenere un contratto di lavoro e dunque l’autorizzazione necessaria per iniziare le pratiche per la carta di soggiorno. Parallelamente hanno fatto domanda d’iscrizione alla scuola francese per i tre figli.

Ogni cosa è nuova nelle vostre vite: amici, lingua, città, lavoro, scuola. Come affrontate tutti questi cambiamenti? Come vi hanno accolto i francesi? “Molto bene, direi. Anche se fino ad ora le nostre frequentazioni sono per lo più con siriani. Avendo già parte della famiglia qui, per noi è stato più facile. Molti nostri amici, invece, hanno preferito restare in Siria e affrontare le difficoltà di una guerra, piuttosto che quelle di un Paese straniero, in cui si sarebbero sentiti soli. In tanti ci hanno consigliato di rimanere in Francia e così abbiamo fatto. La lingua la conoscevamo già e i ragazzi la studiavano a scuola, insieme all’inglese. Il lavoro è ancora in divenire: mio marito sta facendo formazione per operare anche qui come ingegnere elettronico; io, invece, ho scelto di cambiare mestiere, almeno per ora, per stare più vicino ai miei figli: insegno arabo e faccio la auxiliaire de vie scolaire (AVS, insegnante di sostegno). I nostri figli hanno iniziato la scuola ad ottobre del 2012 in una classe di accoglienza (acceuil), insieme ad altri stranieri (sono comunque i soli siriani in tutta la scuola). Nel 2013, il loro livello di francese è migliorato e sono stati trasferiti in una classe normale. Hanno un po’ di amici, anche se non molti, e stanno bene. La scuola francese, rispetto a quella siriana, è più ricca, sia da un punto di vista didattico, sia di metodologia. In Siria, i ragazzi dovevano imparare tutto a memoria e poco dopo lo dimenticavano. Qui, si cerca di capire le cose. Certo, non mancano le difficoltà: i miei figli, ad esempio, non si sono ancora abituati alle relazioni così aperte tra uomo e donna (i ragazzi si abbracciano e baciano in pubblico, si fidanzano presto, …); trovano alquanto bizzarro che gli studenti possano fumare vicino alla scuola o di fronte ai professori (in Siria sarebbero immediatamente puniti); e poi le uniformi, che nostalgia! Quanto tempo per scegliere ogni mattina i vestiti da indossare!”.

Parte della vostra famiglia  e dei vostri amici sono ancora in Siria? “Sì, tra Homs e Damasco. In pochi hanno deciso di partire”. Cosa ti manca del tuo Paese? “Mi manca tutto”. E ai ragazzi? “I nonni, i loro compagni, il mare”. Sentono ancora i loro compagni di Damasco? “Sì, soprattutto tramite Skype e Facebook”. Quando parli di futuro con loro, cosa ti dicono? Il loro futuro lo vedono qui in Francia o in Siria? E il tuo? “Vogliono restare qui. Il più grande vuole entrare all’école de commerce e diventare esperto contabile; il secondo sogna di fare medicina e lavorare come medico sia a Parigi, sia a Damasco. Il piccolo ha le idee ancora confuse e fa progetti nuovi ogni giorno. Il mio futuro lo vedo qui. Parli mai con loro di ciò che sta accadendo nel vostro Paese? “Preferisco parlare poco della Siria. Dalla televisione e dagli amici sanno tutto ciò che devono sapere. E allora io chiedo poco”.

No, in effetti non è facile parlare di Siria. Non ci sono riusciti neppure i protagonisti di Ginevra 1 (il 30 giugno del 2012) e a Ginevra 2 (lo scorso gennaio), le conferenze internazionali di pace appoggiate dall’Onu per raggiungere una soluzione politica al conflitto siriano. Neppure qui a Parigi è facile parlarne, né con gli adulti, spesso sfuggenti, né tantomeno con i bambini, protetti dai grandi e dunque inavvicinabili. Spero di incontrare presto anche i figli di Remonda e di raccogliere le loro preziose testimonianze, quelle di chi soffre con discrezione, perché non ha altra scelta; quelle di chi meriterebbe un futuro più sicuro.

 

 

 

 

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