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Tra le barricate: mai dire Kosovo

A un passo dall’Italia. A distanza di 20 anni. Dove si combatteva una delle guerre più oscure, striscianti, infide della storia d’Europa. Dove a ucciderti era il vicino di casa. Dove non si sa quante siano le fosse comuni da scoperchiare. Dove convivono tre fedi religiose e due nazionalismi duri a morire. Benvenuti in Kosovo.

LA MIA VERITÀ – Non è possibile farsi un’idea precisa delle responsabilità del passato, in Kosovo. Serbi e albanesi si odiano sempre poco cordialmente e, se non è successo ancora molto, è perché conviene a tutti. Ma a Mitrovica, Pec, Grecanica, Pristina e in tutte le città di questo quasi Stato in rimonta, l’erba odora ancora di sangue. E non sai mai di chi.

Questioni di confine. Ma non sono banali liti tra vicini di casa. Tra Serbia e Kosovo situazioni di questo genere vanno sempre a finir male e molte volte anche la comunità internazionale non riesce a venirne a capo. Stavolta, si trattava di convincere un po’ di persone, nel valico di frontiera con la Serbia centrale, di togliere dalla strada tronchi d’albero, legna e sabbia, messi lì per impedire alla polizia albanese di giungere al confine. Ma non è così facile.

La storia è lunga ma non cambia: gli antichi nazionalismi non sono per niente antichi e si riaccendono oggi per motivi commerciali. Il governo di Pristina ha deciso di chiudere le frontiere meridionali ai prodotti serbi: aspetta che Belgrado riconosca i timbri dello Stato kosovaro.

Ma appena i serbi se ne sono andati in vacanza, le Rosu – unità speciali della polizia kosovara – hanno colto di sorpresa le semideserte cittadine del Kosovo settentrionale. E, con una rapida azione, hanno preso il controllo dei due valichi amministrativi che comunicano con la Serbia centrale, Brnjak e Jarinje.

Risultato: la crisi è riesplosa. I serbi che erano rimasti a casa hanno reagito immediatamente, bloccando le strade. Le unità albanesi sono riuscite ad arrivare a Brnjak disarmando gli ufficiali serbi della polizia kosovara (Kps). Quando però hanno cercato di fare la stessa cosa a Jarinje, sono stati chiusi in un imbuto. In questa situazione c’è scappato anche il morto: un poliziotto delle forze speciali Rosu a Zubin Potok che si stava ritirando da Brnjak . Un colpo alla testa sparato da un cecchino.

Nella serata, poi, mentre alcune stazioni televisive serbe mandavano servizi dal posto di Jarinje, che appariva tranquillo, sono apparsi all’improvviso una cinquantina di giovani incappucciati e con occhiali scuri, che hanno dato furiosamente alle fiamme le strutture del ceck point, radendo al suolo l’area e poi scomparendo di fronte alle telecamere.

Non è ancora chiaro come siano riusciti a superare le barricate. Il ponte principale a Mitrovica nord è chiuso da unità corazzate dell’Eulex e il responsabile serbo dei negoziati con Pristina, Borislav Stefanović, ha incontrato il comandante della Kfor, Erhard Bühler, per arrivare a una soluzione condivisa. Che ancora non c’è, nonostante lo stato d’emergenza.

Ma il problema del futuro sono loro: una nuova generazione di adolescenti rabbiosi e impavidi è cresciuta in città come Mitrovica, circondate dal filo spinato, osservando scontri etnici per le strade sin dall’infanzia. Dobbiamo prepararci a un’altra stagione in cui sarà difficile vedere passeggiare in bicicletta due uomini di origine, religione e nazionalità diverse, come in questa foto? Benvenuti in Kosovo, chissà se Dio lo salverà.

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