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WhereAreWeGoing/ Alessandro Politi: verso la quarta guerra mondiale

fascetta-WhereAreWeGoingalessandro politiRoma. Alessandro Politi è un analista politico e strategico. Direttore della Nato Defense College Foundation, Ricercatore senior del Centro Militare Italiano Studi Strategici (CeMISS) per l’America Latina e le prospettive globali: a lui abbiamo chiesto uno sguardo in prospettiva sul mondo di oggi.

La soluzione di continuità – dice Alessandro Politi – fu nel 2004, quando gli Stati Uniti persero la guerra in Iraq. I riferimenti ecnomico/monetari entrarono in crisi, il contesto internazionale cambiò ancora più profondamente che dopo il 1989, danaro e potere presero a concentrarsi nel Pacifico. Da quest’area – che comprende le Americhe e i Paesi al di qua dello Stretto di Malacca, Russia inclusa – parte una serie di attività di tipo politico, economico, diplomatico e anche di crimine organizzato, che si irraggia praticamente ovunque e che ha un ritorno in termini di contatti politici, investimenti, posti di lavoro, migrazioni (all’interno e verso l’esterno, vedi la Cinma). E’ il Pacifico, l’Osservatorio per capire dove stiamo andando.

Ad esempio?
“Emerge subito la difficoltà di pilotare l’economia mondiale da parte sia degli Stati Uniti, che guidano il Trans-Pacific Partbnership (TPP) e la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) ma hanno il primo debito interno del mondo, sia della Cina, a causa delle dimensioni raggiunte dai suoi debiti nel suo sistema finanziario ombra”.

Sistema che peraltro esiste ovunque, e con gradazioni diverse genera danaro parallelo, acquisisce potere, si irrobustisce con i proventi del crimine organizzato.
“Certamente. Gli Stati Uniti sono un termitaio crivellato del crimine organizzato. Il Messico è un termitaio tanto devastato da autodistruggersi. La Russia di Putin rientra a pieno diritto in questo tipo di realtà. E così via. Il contesto mondiale, oggi, è ben diverso dai tempi della guerra fredda (da alcuni considerata la terza mondiale). E la finanza ombra per eccellenza è il riciclaggio. I dieci Paesi più riciclatori del mondo – Canada, Cina, Francia, Germania, Hong Kong, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Ucraina, Vaticano (in ordine alfabetico) – sono tutti nell’emisfero nord. Non può essere una coincidenza. Dopo tanti anni di lotta al riciclaggio e così pochi risultati mi pare lecito chiederci se esso non sia in realtà ‘un aiutino’ non ufficiale all’economia ufficiale”.

Poi è arrivata la grande crisi del 2006
“Quella crisi ebbe una faccia visibile, che fu l’assalto all’euro – altro che crisi dell’euro! – e un’altra meno visibile che è la guerra valutaria nel Pacifico, in corso, aggravata dalla crisi petrolifera. L’assalto all’euro è stato organizzato e condotto essenzialmente da interessi privati transnazionali che, con il discorso dell’austerità, hanno rivestito l’impiego di fondi pubblici europei, quindi fiscali, per coprire perdite ed emissioni di ‘pagherò’ sotto forma di derivati, con garanzie minime. I debiti sovrani dei vari Paesi via via sotto tiro (cominciando dai più deboli) potevano anche essere seri, ma fino a ieri erano considerati sostenibili. Tutto a un tratto diventano estremamente insostenibili, eppure c’è chi in realtà sta molto peggio. Evidentemente i criteri di valutazione sono non soltanto economici, ma anche di interesse e politici. Siamo arrivati al paradosso che possono andare in bancarotta gli Stati ma non le banche. Fallimenti dei quali conosciamo da una trentina di anni le conseguenze a livello sociale, ma sempre in Stati asiatici o africani, ben lontano dall’Europa. Ora abbiamo però visto da vicino, benché molto poco sottolineata dai media, una devastazione sociale che ha raggiunto livelli indegni dei principi delle nostre Costituzioni e di oltre un secolo di civiltà del welfare. Adesso si discute molto sul rischio dell’ISIS in Libia, ma rispetto al quadro generale non sposta granché (e del resto anche in Siria/Iraq non è che si parta in guerra)

(prima puntata, segue)

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