Xposure: uomo e natura al festival della fotografia di Sharjah

“Sto lavorando a questo progetto da diversi anni”, dice il fotografo Francesco Zizola, mentre cammina orgoglioso tra le sue opere in bianco e nero esposte a Sharjah, l’Emirato che confina con quello di Dubai, noto soprattutto per le numerose iniziative culturali volute da sua altezza Sultan bin Mohamed Al-Qasimi.
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Mare Magnum Nostrum: un archivio fotografico sul Mediterraneo

Lampedusa Odyssay. Eritrean relatives of 3 October 2013 victims greet their beloved on the harbour of Lampedusa before the transfer to Sicily. Ph. Alessia Capasso per Mare Magnum Nostrum

Chissà quante persone, durante un viaggio, una vacanza o un tragitto lungo le coste del Mediterraneo, hanno scattato una fotografia che lo ritraeva. Che sia stata un’immagine professionale ad alta risoluzione o una foto presa in velocità con uno smartphone, che sia stata una vecchia fotografia o una recente, poco importa all’artista Gea Casolaro, che le vuole usare tutte per il suo progetto Mare Magnum Nostrum: un archivio fotografico sul Mediterraneo.

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MedadaptAwards, lotta al cambiamento climatico

Il Mediterraneo è il più grande mare semichiuso del nostro pianeta, un oceano in miniatura molto vulnerabile ai cambiamenti climatici. Uno studio condotto da University of Reading in collaborazione con il National Research Council of Italy, l’Istituto di Scienze dell’atmosfera e del clima (CNR-ISAC, Bologna) e l’Imperial College London rivela un’importante riduzione delle precipitazioni nell’area generata dall’aumento delle concentrazioni atmosferiche dei gas serra. Inoltre, l’incremento della temperatura media dell’acqua è una minaccia per molte specie animali e per la flora marina. Riflettere su nuovi modelli comportamentali da adottare è indispensabile per evitare il progressivo deterioramento dell’attuale situazione e preservare il Mediterraneo e l’intero pianeta.

Mediterranean climate change adaptation Awards” è un concorso rivolto al settore pubblico e privato (autorità locali, università, ONG, aziende …) contro i cambiamenti climatici nel Mediterraneo.

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DoveStiamoAndando? A imparare un po’ di storia della medicina

Ph. National Cancer Institute – Unsplash

ROMA – Perché io che sto bene dovrei farmi iniettare una sostanza che può causare il vaiolo? Si chiedevano in tanti, nel 1700, quando Lady Mary Wortley Montagu, scrittrice e moglie dell’ambasciatore britannico a Costantinopoli, al rientro a Londra propose ai medici suoi connazionali il rimedio utilizzato dalle donne mediorientali per limitare drasticamente le devastazioni del vaiolo. Prelevavano del pus dalle pustole, incidevano la pelle e lo mettevano dentro quella scalfitture: Lady Montagu lo chiamava “ingrafting“, cioè innesto, (come sulle piante). Tecniche simili esistevano anche in India e in Cina, dove si trituravano e sniffavano croste di vaiolo. Ovunque, ne risultava una forma attenuata di malattia, nessuna cicatrice e sopravvenuta immunità. Una tecnica usata in Medio Oriente da donne, soprattutto per le donne: se deturpate dal vaiolo, nessuno le avrebbe più sposate.
La diffidenza dell’ambiente accademico fu ben prevedibile, ma la scrittrice aveva fatto sottoporre a ingrafting il figlio Edward e riuscì a persuadere un buon numero di amici, compreso il medico di famiglia, dottor Maitland, che avrebbe poi trattato i figli del futuro re Giorgio II. Intanto “l’innesto” era praticato anche a Boston, a Mosca alla corte di Caterina di Russia, nella Prussia del futuro re Federico II, nell’Austria di Maria Teresa, gradualmente diffondendosi in tutto l’Occidente.

Le reazioni?

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