«

»

LIBRI / Odio online: Razzismi 2.0, l’analisi di Stefano Pasta

Razzismi 2.0 è l’analisi di Stefano Pasta – giornalista e dottore di ricerca in Pedagogia – sull’odio sempre più presente sui social network. Il libro delinea l’evoluzione dei razzismi, analizza le caratteristiche dell’ambiente digitale che ne facilitano la propagazione e presenta proposte per suscitare anticorpi e attivismo digitale. Abbiamo incontrato l’autore a Milano, in occasione della presentazione del volume.

Nel suo libro si legge che “i ‘razzismi’, in questo momento storico, si presentano come semplificazioni interpretative di un mondo complesso”. Cosa significa esattamente?

Ho cercato di ragionare su due grosse questioni: quali caratteristiche del digitale vanno ad impattare sulla propagazione dell’odio online, sul razzismo e sulle forme di comunicazione; e quali sono gli effetti che produce, quindi come il contenuto si modifica col tempo.
Se dovessimo dire sinteticamente come il pensiero razzista si è modificato nell’ultimo secolo, il primo del Novecento è segnato dall’istanza biologica (come si dice in sociologia). Prendendo i casi più estremi, su basi quindi genetico-scientifiche, essa è l’istanza più classica: la superiorità dell’uomo bianco sull’uomo nero, della razza ariana su quella ebrea. Ottanta anni fa, infatti, le leggi razziali venivano accompagnate da pubblicazioni su riviste scientifiche che giustificavano questa superiorità razziale. Gli stessi studi ci dicono che nelle società occidentali nella seconda metà del Novecento, con la Shoah e il nazismo, si è toccato un apice che poi ha fatto erigere un muro, un tabù sociale attorno ad alcuni temi. Il razzismo non scompare, ma, in una sfera pubblica, diventa disdicevole parlarne. Si affermano, quindi, quelli che vengono chiamati razzismi culturalisti o differenzialisti, in cui si sottolinea non più una componente biologico-razziale, ma di valori culturali.

Cos’è dunque il “razzismo differenzialista”?
Il razzismo differenzialista – essenzializzare un gruppo etnico-culturale e religioso – è il dire: “Sono talmente diversi che noi non possiamo viverci insieme”. Questo tipo di razzismo viene chiamato anche implicito o latente. Il confine tra opinione politica – magari xenofoba – e il razzismo è molto più labile, e questa è anche l’istanza che oggi vediamo prevalente. Nel web i razzismi diventano espliciti, ma non hanno base scientifica. Se dovessi scegliere tra i campioni che ho utilizzato per fare questo studio di luoghi a rischio, ad esempio delle pagine associate al mondo del calcio, i commenti social ad articoli su tematiche interculturali e le conversazioni in HFM (social network molto diffuso tra i giovanissimi) e i casi segnalati dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), prenderei il meme con Balotelli associato a una banana o alla scimmia. Chi ha pubblicato quella vignetta non credeva, come succedeva cento anni fa, che Balotelli fosse parente stretto dello scimpanzé. L’atteggiamento si è rivelato un po’ superficiale, ironico, disattento: “In fondo sto facendo solo una battuta”. Di fatto, però, questa vicenda ripropone l’immagine più classica del razzismo.

Cosa produce tutto ciò?
La normalizzazione di una battuta che, di fatto, è razzista. Normalizzazione e accettazione sociale attorno a questi temi sono una chiave interpretativa importante. Vi è quindi la pretesa di non essere presi sul serio (“in fondo è solo una battuta”, …). Nella mia ricerca, oltre all’analisi, ho contattato direttamente queste persone che avevano postato sui social “battute” omofobe, razziste o anche antisemita. Di fronte ai loro post, minimizzavano dicendo di essere presi troppo sul serio: “Ho sparato una cavolata”. L’atteggiamento è quindi meno attento e meno responsabile. Se si invocano le bottiglie molotov contro il centro profughi vicino a casa, o si sta inneggiando a dottrine come quella nazi-fascista parlando di “zio Adolf” per risolvere il problema del campo rom vicino casa, c’è una banalizzazione dei contenuti, con il rischio di continuità anche offline, perché c’è il pericolo che qualcuno la bottiglia molotov vada a metterla davvero, né è un esempio il “Bangla tour” di Roma (raid razzisti contro la comunità bengalese di Roma N.d.R.).

Lei dice che non basta più educare lo spettatore. Bisogna anche educare il produttore che ogni spettatore è diventato grazie allo smartphone che ha in tasca. In che modo?
Quando emerge un nuovo Media, qualunque esso sia, ci si divide spesso tra apocalittici e integrati. Non a caso io cito Umberto Eco che nel 1964, quando il nuovo Media su cui si dibatteva era la televisione, rispose che si deve educare lo spettatore al pensiero critico, all’analisi critica, quindi, dove si va a vedere potenzialità e rischi. Con lo smartphone questo non basta più. Parlo di smarthphone perché, ormai, tutte le ricerche ci dicono che è sempre più quello lo strumento utilizzato. Non possiamo educare solo lo spettatore, ma anche il produttore che siamo diventati. Se io faccio una foto e la taggo con la persona giusta, posso fare una notizia che può diventare virale. Bisogna educare al senso critico e alla responsabilità, cioè alla conseguenza delle proprie azioni. Il recente Curriculum di educazione civica digitale (gennaio 2018) del Ministro Fedeli non a caso parla proprio di questo tema: come la scuola italiana possa educare al senso critico e alla responsabilità. C’è, inoltre, un’intera area dedicata all’informazione e alle fake-news: come riconoscere le notizie vere da quelle false. Oltre la parte tecnica ci sono una serie di competenze necessarie per poter usufruire al meglio delle risorse del web, quindi andare verso una cittadinanza digitale.

Perché razzismi 2.0?
Perché il campo di ricerca è il web 2.0, cioè quello caratterizzato dai social network. Razzismi è al plurale perché l’idea è che i razzismi possono essere diversi per le motivazioni e le modalità. Questo vale online come offline. Ho visto espressioni con gergo molto forte e razzista, di superficialità e di provocazione, poi c’è anche il razzismo più ideologico di alcuni gruppi. Per avere una giusta risposta educativa, bisogna ovviamente comprendere a quale tipo di razzismo siamo davanti.

Lascia un commento