
ROMA – Un tratto specifico dei profughi di oggi? “La crescente sfiducia verso le autorità e le popolazioni locali, che rende ancora più faticoso il percorso di integrazione”, risponde Maksym Kornilov, mediatore culturale e interprete. Comune tra i rifugiati, cui il formale riconoscimento di protezione consente tuttavia un minimo di stabilità, questo sentimento è a maggiore ragione diffuso tra i richiedenti asilo, la maggior parte dei quali ha appena subito eventi altamente traumatici, con presumibili conseguenze di instabilità psichica destinata ad aggravarsi per le procedure burocratiche lunghissime e dall’esito incerto.
Purtroppo, un supporto psicologico adeguato non sempre è garantito. Maksym Kornilov parla correntemente inglese, russo, ucraino, spagnolo, francese e italiano. È stato interprete per BBC e NBC, sta preparando il dottorato in Diritti Umani all’Università della Tuscia e collabora con Proven Project (Unitos, organismo di cooperazione che fa capo allo stesso Ateneo).
È più difficile il mestiere di mediatore culturale o di interprete? Perché?
“Generalmente è più difficile il primo, perché richiede competenza non solo plurilingue ma anche interculturale, intelligenza emotiva e capacità di fronteggiare tensioni con tatto. Il nostro ruolo consiste nel promuovere la comprensione reciproca, spiegando norme, valori e comportamenti culturali a entrambe le parti, aiutandole a interpretare non soltanto ciò che viene detto, ma anche il motivo e il modo per cui viene detto.
A un interprete si chiede principalmente precisione linguistica e capacità di trasmettere informazioni in modo accurato e neutrale. Il che può peraltro risultare molto difficile in situazioni emotivamente intense o complesse come colloqui per l’asilo, visite mediche o determinati procedimenti legali”.

Con quali gruppi ti è stata più difficile la mediazione culturale? E più facile? Perché?
“Sono vissuto per un po’ di tempo in Ucraina, con questo paese ho familiarità e un forte legame emotivo: questo da un lato mi ha reso molto più difficile rimanere imparziale e dall’altro mi ha facilitato il lavoro. Quando scoppiò la guerra con la Russia, sono vissuto un anno e più a Trieste, ai tempi del maggiore afflusso di profughi. Gli ucraini sono generalmente persone determinate e laboriose; molti erano ansiosi di trovare un lavoro adeguato o di iscriversi all’università prima possibile, convertire i loro diplomi e iniziare a ricostruire la propria vita. Spesso è stato difficile spiegare che, nella maggior parte dei Paesi europei, questi processi richiedono tempo, a volte parecchio”.
Ci sono paure comuni ai vari gruppi e altre che invece appaiono specifiche di determinate comunità?
“Sì, entrambe. Comuni sono l’incertezza del futuro, l’angoscia del non sapere se potranno rimanere o saranno respinti o rimpatriati, la paura per la sicurezza fisica durante il transito e nei centri di accoglienza. Numerosi rifugiati e richiedenti asilo riferiscono esperienze di violenza, furto e sfruttamento.
Peculiari a gruppi specifici sono più che altro paure legate a particolari rotte migratorie o condizioni. Ad esempio, le persone che vengono attraverso la Libia spesso condividono resoconti terrificanti di centri di detenzione, torture, abusi sessuali e traffico di organi prelevati sovente con la violenza. Minori non accompagnati e donne sono le persone più esposte a tutti i pericoli”.






















