
Lungo l’arco del ‘900, i sentimenti patriottici spesso si trasformano in nazionalismi cupi – una tragica dimensione di chiusura, paura, odio. Anche questa è l’aria del secolo, e come sempre la musica la respira.
Sono i decenni in cui compaiono i Requiem. Dopo Brahms, altri compositori superano credenze e liturgie specifiche, via via assurgendo a riti laici e comunitari. War Requiem di Benjamin Britten, scelto per inaugurare la cattedrale di Coventry che era stata distrutta dalla guerra, vede in scena due soldati che cantano poesie pacifiste mentre il coro liturgico intona il testo latino. Nel 1946, alla morte di Franklin D. Roosevelt, Paul Hindemith adatta a oratorio/requiem l’elegia che Walt Whitman scrisse in onore di Abraham Lincoln (A Requiem for those we love). Il successivo Requiem di György Ligeti rimanda all’omonimo testo cattolico ma lo stravolge, accenti apocalittici evocano le paure dell’uomo moderno, con una tale potenza espressiva che alcuni brani (come il Kyrie) furono inseriti dal regista Stanley Kubrick fra le musiche di “A Space Odyssey”. Nel 1975, il Requiem di Alfred Schnittke (percussioni, chitarra elettrica) nasce come musica di scena; nel 1993, Song for Athene di John Tavener viene suonato al funerale di Diana Spencer.
Dal Mediterraneo, dove da sempre convivono lingue, religioni, memorie, migrazioni, popoli, vengono messaggi di rivendicazioni identitarie senza aggressività apparente. Il marocchino Maurice Ohana recupera elementi nordafricani e andalusi, il maltese Charles Camilleri racconta di peculiarità insulare, il cretese Yannis Markopoulos tenta una lingua comune fra rive orientali e occidentali. Iannis Xenakis, attivo nella Resistenza alla dittatura dei colonnelli (1967 – 1974) e costretto all’esilio, segna la sua musica di tensioni etiche e storiche espresse anche con mezzi all’avanguardia. Su linee simili Demetrio Stratos, nato ad Alessandria d’Egitto da famiglia greca, formatosi fra Egitto, Italia e altrove; il turco Fazıl Say pianista e compositore; l’egiziano Halím El-Dabh molto interessante anche come pionere dell’elettronica.
Così come nell’Europa del centro e del nord, anche nell’area mediterranea l’impegno civile si esprime il più delle volte in forma indiretta. Hans Eisler e Kurt Weill collaborano con Bertolt Brecht; all’impegno civile Luigi Nono affianca un’importante sperimentazione elettronica (nel celebre Studio di Fonologia di Milano). Tra i protagonisti del nuovo linguaggio, il giapponese Toru Takemitsu che è pacifista militante; lo statunitense John Cage, filosofo del suono e affascinato dal buddismo, testimonia il suo rifiuto di autorità e gerarchie.
Ma c’è chi sceglie di esporsi direttamente, come il palestinese Samir Odeh-Tamimi nel nome della sua terra violentata dall’occupazione israeliana, e lo spagnolo Cristóbal Halffter, memore dello scempio dei diritti umani perpetrato dalla dittatura franchista. Con loro, un nome famoso per tutt’altro: Mikis Theodorakis.
Nel 1964, “Zorba, il Greco” tratto dal romanzo di Nikos Kazantzakis, girato a Creta, con Anthony Quinn e Alan Bates, regia di Michael Cacoyannis, insegna il sirtaki al mondo. Ma non tutti sanno che Theodorakis è un compositore sinfonico, corale, teatrale, operistico (si è formato al Conservatorio di Parigi con Olivier Messiaen). Ideali di libertà e rivendicazioni identitarie percorrono la sua musica e la sua vita (opposizione al regime dei Colonnelli, carcere, esilio a Parigi). Άξιον Εστί (“Veramente degno è”) oratorio laico/sacro in tre parti, è considerato il suo capolavoro, testo di Odysseas Elytis (Nobel per la Letteratura del 1979); Mauthausen Trilogy è un ciclo vocale sulla Shoah; il monumentale Canto General ha testi di Pablo Neruda.

Nel 1987, “Zorba, il Greco” diventa balletto, prima assoluta all’Arena di Verona, musiche dirette dallo stesso autore, coreografia di Lorca Massine. In quello stesso anno, al Teatro Nazionale di Atene debutta Kostas Kariotakis, prima opera lirica di Theodorakis, dedicata a questo poeta finito suicida e divenuto simbolo tragico della condizione moderna; altre quattro sue opere sono intitolate ai protagonisti del mito e della tragedia greca.






















