Islamabad, richiami mediterranei e linfa multiculturale

Si crede di fare un viaggio, ma presto è il viaggio che fa, o disfa, voi

Nicolas Bouvier, L’usage du monde

Ismeo Missioneitaliana PakistanISLAMABAD – Mediterraneo è curiosità e conoscenza, memoria condivisa, cultura dell’incontro. Auspica e nutre modi e mondi nuovi, esorcizza deliri di suprematismo e velleità di purezza etnica o ideologica. Di quella visione della vita, Grecia e Italia furono artefici e testimoni.

Nel IV secolo a.C., l’arrivo di Alessandro Magno, re di Macedonia, e dei suoi eserciti nella zona di Gandhara (in pratica l’attuale Pakistan nord-occidentale e l’Afghanistan orientale) sconvolse credenze, sensibilità, tradizioni, modelli, paesaggi, canoni estetici, vita quotidiana.

Tra il I secolo a.C. e i primi secoli d.C., elementi greci, ellenistici, romani si amalgamarono con la spiritualità buddhista e la sensibilità indiana: in questa società autenticamente multiculturale fiorì l’arte gandharica, raggiungendo fulgore massimo nel periodo Kushan.

Alle sue prime sembianze umane, Buddha ebbe capelli ondulati, proporzioni armoniose e drappeggi, secondo i canoni della scultura classica. Menandro re greco (Milinda) dialogava con il monaco Nagasen sulla natura dell’anima, e Le domande del re Milinda divenne celebre testo filosofico buddhista. Figure della mitologia greca decoravano i monasteri. Nei mercati si pagava con monete che avevano Zeus o Atena o il tipico Gufo ateniese su da un lato e simboli buddhisti sull’altro.

Matrimoni tra Greci e locali condividevano usanze, lingua, ricette, abbigliamento. Tuniche e mantelli di tradizione ellenica presero a coesistere con pantaloni, stivali e copricapi tipicamente asiatici. I greci proposero vino e olio di oliva; scoprirono cereali, riso, spezie, legumi, frutta. Per la prima volta una città si formò non in modo spontaneo, com’era tradizione, ma seguendo una griglia razionale ellenica: era Sirkap, nel perimetro di Taxila, importante snodo per gli scambi internazionali.

Kenaan bin tahir Islamabad unsplash
Islamabad. Ph. Kenaan Bin Tahir – Unsplash

Commerci sempre più prosperi proponevano intanto in tutto il Gandhara tessuti, metalli, pietre preziose, avorio, oggetti di artigianato di grande qualità provenienti dall’India, dal Kashmir, dall’Asia centrale e dal Mediterraneo. Nel primo secolo d.C. alla rete di affari si era aggiunta stabilmente Roma, i cui prodotti dovevano essere molto ben apprezzati, visto che Plinio nella Naturalis Historia deprecava l’enorme quantità di denaro speso dai romani per acquistare manufatti di lusso, gioielli, oggetti d’arte.

Così Buddha prese a indossare toga romana e mantello a pieghe profonde; nei monasteri comparvero capitelli corinzi come a Pompei o a Leptis Magna; nei mercati comparvero monete con le sembianze di Augusto e di Tiberio (c’erano pure imitazioni locali con la testa di Augusto). E volto gandharico ebbe anche un’Afrodite ritrovata a Taxila nel I secolo d.C.

Poi, tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., gli Indo-Sciiti e gli Indo-Parti subentrarono agli Indo-Greci; quindi arrivarono i Kushan, sotto i quali l’arte gandharica raggiunse il suo fulgore.

Affascinanti e imprevedibili quanto creature partorite dalla gioia della fantasia di un poeta o di un musicista, i settemila reperti esposti nel Museo Archeologico di Taxila e gli altri trentamila custoditi nei depositi sono una cronaca della potenziale fertilità degli innesti fra culture. Il Museo sorge dentro il Parco di Taxila, patrimonio mondiale Unesco, a circa trenta chilometri da Islamabad. Il Taxila Institute of Archaeology and Civilizations, invece, Istituto universitario di ricerca, fa parte della Quaid-i-Azam University di Islamabad, dove insegna il Dr. Ghani-ur-Rahman, tra i più accreditati studiosi di livello internazionale dell’arte gandharica.

Dopo le invasioni degli Unni Bianchi nel V secolo d.C. e, più tardi, le conquiste islamiche, Taxila lentamente declinò. Bisognerà aspettare oltre 1500 anni perché l’antica linfa mediterranea riaffiori in Pakistan. Nel 1960, l’urbanista greco Costantino Doxiadis progettò la pianta di Islamabad evocando quei canoni della razionalità ellenica che già erano stati punto di riferimento per Sirkap. Pochi anni dopo, l’architetto italiano Giò Ponti firmò gli edifici pubblici più rappresentativi. Intanto, nel 1955 l’orientalista Giuseppe Tucci aveva fondato la Missione Archeologica Italiana nella valle dello Swat, sotto l’egida dell’IsMEO; a tutt’oggi, prestigiosi archeologi italiani continuano a operare in Pakistan.

(segue)

 

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