
Da Trump a Guterres, da Netanyahu a Pezeshkian, da Zelensky ad Abbas: i discorsi e gli scontri al Palazzo di Vetro di New York raccontano un ordine internazionale sempre più debole e frammentato.
Chi decide nel nuovo ordine mondiale? Chi stabilisce oggi le regole internazionali e chi avrà il potere di farle rispettare domani? È il filo conduttore che emerge dai primi giorni dell’81ª Assemblea Generale dell’ONU, il cui dibattito generale è in corso a New York dal 22 al 28 settembre. Restoring trust, managing transformation: A United Nations that delivers for all” – recuperare la fiducia e gestire la trasformazione dell’ONU – è il tema ufficiale della settimana. A New York non va soltanto in scena un confronto fra Stati, ma fra prospettive diverse di mondo. Dalle voci dei grandi leader mondiali – ciascuno con una propria idea di sicurezza, di sovranità e di ordine – emergono dubbi e incertezze sul futuro del sistema internazionale.
Il presidente dell’Assemblea Generale, Khalilur Rahman, ha parlato della necessità di ripristinare la fiducia nell’istituzione. “My main pledge for this 81st session is to work tirelessly to revive trust in this institution. Restoring trust requires both delivery and reform”, ha detto. Non soltanto difendere l’Onu, quindi, ma anche riformarla.
Oggi l’Onu è diventata il luogo in cui si confrontano visioni profondamente diverse dell’ordine internazionale. Da una parte ci sono António Guterres, segretario generale dell’Onu, il presidente francese Emmanuel Macron e diversi leader europei, che insistono sulla centralità del diritto internazionale, del multilateralismo, delle istituzioni comuni e della diplomazia come strumenti per contenere i conflitti.
Dall’altra, c’è il presidente americano Donald Trump, che critica apertamente le istituzioni internazionali e mette al centro sovranità nazionale, forza militare, interessi nazionali. In mezzo, ci sono Ucraina, Iran, Israele, Palestina e Gaza: guerre e conflitti che rendono lo scontro molto concreto e mettono alla prova le regole del gioco.
La crisi dell’ordine mondiale è diventata il centro dei dibattiti.
Per Guterres è anche una questione di distribuzione del potere e di difesa delle regole comuni. Il segretario generale dell’Onu descrive un mondo nel quale “le crepe sono diventate canyon” (22 settembre 2026). Ad alimentarle sono guerre, disuguaglianze, crisi climatica e intelligenza artificiale. A ridurle, nel suo discorso, servono più cooperazione, più responsabilità internazionale, più regole e una riforma delle istituzioni.
Per il Presidente degli Stati Uniti è una questione di sovranità americana e di capacità di agire senza vincoli esterni. Per Trump la forza è indiscutibilmente uno strumento di pressione, ma anche uno strumento per arrivare alla pace. E sul dossier iraniano chiede: “Verrà raggiunto un accordo con l’Iran … ? O anniento la Repubblica islamica e lo faccio rapidamente?“.
Anche il presidente francese Macron ha una domanda: “Vogliamo vivere sotto la legge della giungla o in una società internazionale civilizzata?“. La pone durante il suo intervento al Palazzo di Vetro per rispondere a chi vuole attaccare il multilateralismo europeo e dunque un sistema fondato sulle regole. “Sono qui per difendere ciò che molti stanno cercando di distruggere”, afferma il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che continua la sua battaglia per difendere e riformare il sistema multilaterale e dare un futuro ai giovani. Mentre Macron parla soprattutto di regole, Sánchez si focalizza sulla loro difesa e riforma. L’ordine esistente non può semplicemente essere conservato, ma deve essere riformato per diventare più rappresentativo.
Poi dalla teoria si passa bruscamente alla pratica: arrivano le guerre e la discussione astratta sulle regole diventa concreta.

Per Kiev la guerra non è soltanto una questione territoriale, ma un precedente per l’intero sistema di sicurezza:”È il ‘paziente zero’, colui dal quale questa idea della guerra continua a diffondersi” (24 settembre 2026), dice il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, puntando il dito contro la Russia. E aggiunge: “If a nation wants peace, it must work on strong weapons“. Nel suo discorso, la possibilità di una pace passa dalla capacità dell’Ucraina di continuare a difendersi.
E di guerra parlano anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian: due racconti opposti della stessa crisi. “Se non l’avessimo fatto, saremmo tutti morti”(25 settembre 2026), afferma Netanyahu difendendo la decisione israeliana di colpire l’Iran per necessità di difesa. “Non ci siamo piegati. Non abbiamo abbassato la testa”, risponde Pezeshkian, lasciando comunque aperta la porta a dialogo, diplomazia e negoziati.
Poi c’è chi di guerre ne sa fin troppo e parla di crisi e di sopravvivenza attraverso uno schermo, perché privo del visto per recarsi negli Stati Uniti. In un discorso preregistrato, il Presidente palestinese Mahmoud Abbas lotta a distanza per il futuro del proprio Paese: “Il popolo palestinese resterà sulla propria terra. Non accetterà lo sfollamento e non scomparirà” (24 settembre 2026).
Voci diverse, spesso in contrasto tra loro e inconciliabili. Ma ascoltate insieme raccontano qualcosa che va oltre i singoli conflitti. Raccontano un mondo nel quale le vecchie regole non sembrano più sufficienti e le nuove non sono ancora definite.
Trump sfida il multilateralismo, Guterres ne difende la necessità, Macron e Sánchez ne chiedono il rilancio e la riforma. Netanyahu e Pezeshkian si accusano reciprocamente, confrontandosi sul terreno della forza e della sicurezza; Abbas parla di una Palestina che non vuole scomparire; Zelensky avverte che la guerra in Ucraina riguarda ormai la sicurezza globale. Tante voci, tante prospettive, una domanda ancora senza risposta: quali regole governeranno il mondo che viene?





















