Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 2026, l’Associated Press ha annunciato che il Partito Democratico degli Stati Uniti ha conquistato il controllo non solo del Senato, ma anche della Camera, interrompendo il predominio repubblicano del Congresso e aprendo una nuova fase politica per l’amministrazione di Donald Trump durante gli ultimi due anni del suo mandato.
La sconfitta repubblicana era stata annunciata da diversi osservatori, ma pochi analisti avevano immaginato che potesse essere così schiacciante. Il presidente degli Stati Uniti dovrà affrontare ostacoli e cercare compromessi che influenzeranno sia scelte di politica interna, sia di politica estera.
La nuova maggioranza democratica potrà intervenire sull’approvazione dei finanziamenti, sulla conferma delle nomine, sulla legislazione e sulla supervisione dell’amministrazione. Non potrà tuttavia sostituirsi al presidente nella conduzione ordinaria della politica estera e militare, ma potrà condizionarla. Il presidente conserverà i suoi poteri e il potere di veto: servono due terzi dei membri presenti in ciascuna Camera per superarlo, purché sia raggiunto il quorum.
Il risultato delle elezioni di midterm è particolarmente significativo per il Mediterraneo, che attraversa una fase di forte instabilità regionale: la guerra con l’Iran, la crisi di Gaza, le tensioni tra Israele e i Paesi del Golfo, le fragilità del Libano e della Siria e un’Europa indebolita dalla guerra in Ucraina, dalle difficoltà di approvvigionamento energetico e dalle tensioni sociali interne.
Quale sarà la politica mediterranea di Trump e quanto il nuovo Congresso riuscirà a influenzarla?
Per la Francia potrebbero aprirsi nuove opportunità per rafforzare il proprio ruolo di interlocutore europeo di Washington, soprattutto sui dossier relativi alla sicurezza mediterranea, al Medio Oriente e alla NATO. La Francia potrebbe rilanciare il tema dell’autonomia strategica europea, spingendo verso una posizione comune dell’Unione europea su difesa, sicurezza energetica e relazioni con il Mediterraneo meridionale. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha definito il voto una “very good news” (“un’ottima notizia”) per la democrazia americana, ma il ministro dell’Economia Roland Lescure ha ricordato che Trump resterà comunque alla guida della politica internazionale. Resta da capire quanto una maggioranza democratica sarà disposta a sostenere un maggiore coinvolgimento europeo nella gestione delle crisi regionali.
Per l’Italia, l’onda blu americana potrebbe avere ripercussioni sulla NATO, sulla Libia, sulla sicurezza energetica, sulle migrazioni e sui rapporti con Israele. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, commentando il risultato elettorale, ha dichiarato:”Per noi non cambia il rapporto con gli Stati Uniti”. Dello stesso parere si è mostrata anche la premier Giorgia Meloni. Tajani ha inoltre ribadito che l’Italia rimarrà un partner strategico di Washington, a prescindere dal colore del governo. Un maggiore coordinamento con Francia, Spagna e Grecia, in particolare sui dossier mediterranei, potrebbe essere preso in considerazione.
Il 29 novembre, la Spagna si appresta alle elezioni anticipate convocate dal premier Pedro Sánchez. Con un governo di sinistra in difficoltà e il PP (Partito Popolare, di centro-destra) in testa nella maggior parte dei sondaggi, il risultato di questi Midterm potrebbe influenzare gli equilibri politici interni, con possibili ripercussioni sul consenso della destra. La vittoria democratica negli Stati Uniti potrebbe avere un effetto anche sulle tensioni commerciali, sul tema della spesa militare, oltre che sui flussi migratori e sui delicati rapporti che legano la Spagna al Marocco e all’Algeria.

La Grecia potrebbe beneficiare di un Congresso più attento agli equilibri militari nel Mediterraneo orientale e alle relazioni con la Turchia. Atene cercherà di rafforzare la propria posizione strategica nella NATO e nei rapporti con Israele e Cipro.
I rapporti bilaterali tra Washington e Ankara potrebbero incontrare più difficoltà con una maggioranza a guida democratica, in particolar modo sulle forniture militari, sulle sanzioni e sul programma F-35. Ma per Washington il mantenimento di un equilibrio tra Grecia e Turchia rimane fondamentale per la stabilità della regione e il ruolo strategico della Turchia nella NATO e in Siria non verrà probabilmente ostacolato.
Le conseguenze della vittoria democratica negli Stati Uniti potrebbero essere particolarmente rilevanti anche per Israele, Gaza, Libano e Siria. La guerra con l’Iran, le sue ripercussioni economiche e le tensioni regionali hanno contribuito al malcontento emerso durante la campagna elettorale americana.
Il nuovo Congresso potrebbe aumentare il controllo sugli aiuti militari e sulle forniture di armamenti destinati a Israele. A sorpresa, il giorno del voto, Trump ha annunciato l’intenzione di interrompere i finanziamenti a Israele, pari a circa 4 miliardi di dollari annui (3,8 secondo il memorandum in vigore, che scade a settembre 2028), entro la fine del 2026. Non è però ancora chiaro come il presidente intenda attuare l’interruzione anticipata. La storica alleanza tra Stati Uniti e Israele potrebbe non interrompersi, ma trasformarsi: meno dipendenza dagli aiuti finanziari diretti e maggiore attenzione alla cooperazione industriale, tecnologica e militare.
E per Gaza, cosa cambierà? Il Congresso americano potrebbe rafforzare il controllo sugli aiuti militari, sulle forniture di armamenti e sui finanziamenti destinati alla ricostruzione della Striscia e alla gestione degli aiuti umanitari. Il Congresso democratico potrebbe tenere audizioni parlamentari sugli insediamenti in Cisgiordania e sulle violenze dei coloni e controllare le vendite di armi. Potrebbero emergere nuove iniziative parlamentari per sostenere le istituzioni palestinesi e definire il futuro politico della Palestina, oppure l’attuale quadro politico potrebbe restare sostanzialmente invariato.
Anche le sorti del Libano potrebbero prendere direzioni differenti. La nuova maggioranza potrebbe chiedere un maggiore controllo sulle operazioni militari israeliane e rafforzare il sostegno alle istituzioni statali libanesi e alle forze armate. Il ruolo di Hezbollah e il disarmo dei gruppi armati rimarranno centrali, come pure la ricostruzione delle aree colpite dal conflitto e il rafforzamento della sovranità dello Stato libanese. Il giorno dopo il voto il premier libanese Nawaf Salam ha avvertito Hezbollah di non trascinare di nuovo il Paese in guerra. Un’analisi di Libnanews osserva che il sostegno americano all’esercito libanese non è venuto meno con Trump e che il Congresso può renderlo più prevedibile attraverso le proprie decisioni di bilancio.
Delicata è anche la questione della Siria, territorio sul quale gli interessi di Turchia, Russia e Iran si scontrano anche con quelli degli Stati Uniti, che nell’aprile 2026 hanno completato il ritiro delle proprie truppe dalle principali basi militari in Siria pur mantenendo un ruolo nella sicurezza. L’impegno americano ridotto potrebbe favorire l’influenza degli altri protagonisti regionali. Secondo il ricercatore del National Council on U.S.-Arab Relations, Fadi Hilani, ospite di Syria TV, la vittoria democratica non cambierà in modo sostanziale la politica verso Damasco: il Congresso avrà più ruolo di vigilanza e condizionalità, ma il rapporto resta dominato dai dossier di sicurezza.
L’onda blu bagna anche il Nord Africa. Qui le conseguenze potrebbero manifestarsi soprattutto attraverso il controllo degli aiuti, la cooperazione militare, le relazioni diplomatiche e le politiche sui diritti civili.
L’Egitto, partner strategico di Washington per la sicurezza regionale e il controllo delle principali rotte marittime, potrebbe ricevere nuove pressioni da parte della maggioranza democratica sulle condizioni degli aiuti militari americani e sulla tutela dei diritti civili. Abdul El-Sayed, il senatore di origine egiziana eletto in Michigan, ha definito l’Egitto una “dittatura militare” e chiede di porre fine agli aiuti militari, che ammontano a circa 1,3 miliardi di dollari all’anno. A ottobre, l’amministrazione Trump ha sospeso le condizioni sui diritti umani legate a 320 milioni di questi fondi.
Stati Uniti, Russia, Turchia, Egitto e Paesi europei continuano a voler esercitare la propria influenza in Libia. Il Congresso democratico potrebbe chiedere maggiore attenzione alla presenza militare russa e alla gestione dei rapporti con le autorità rivali del Paese.
Per l’Italia, i legami con la Libia sono particolarmente importanti per energia, sicurezza e migrazioni.
La Tunisia potrebbe risentire di un maggiore controllo da parte del Congresso a guida democratica sui rapporti tra Washington e i governi nordafricani. La concentrazione del potere nelle mani del presidente Kaïs Saïed, la situazione dei diritti civili e la cooperazione sulla sicurezza e sulle migrazioni potrebbero tornare sotto la lente d’ingrandimento americana.
Nella competizione energetica e diplomatica tra Stati Uniti, Russia ed Europa, l’Algeria potrebbe acquisire ulteriore rilevanza. Il rapporto con Washington è influenzato dalla questione del Sahara occidentale, dalle relazioni con il Marocco e dalla cooperazione sulla sicurezza nel Sahel. Sul piano diplomatico, il consigliere Usa Massad Boulos, intervistato da France 24, ha definito l’Algeria “un buon partner” e ha ribadito il sostegno di Washington alla sovranità marocchina sul Sahara occidentale. La nuova maggioranza democratica potrebbe riportare più attenzione non solo alle forniture energetiche, che interessano in particolar modo l’Europa, ma anche alle questioni dei diritti civili e delle libertà politiche.
Il Marocco rimane un partner strategico degli Stati Uniti, soprattutto per la cooperazione militare, la sicurezza regionale e la questione del Sahara occidentale. Una maggioranza democratica al Congresso potrebbe tuttavia riaprire il confronto sulle scelte diplomatiche americane relative al territorio conteso e sui rapporti con gli altri attori regionali, in particolare Algeria, Spagna e Francia. Il politologo marocchino Samir Bounis, citato da Le Courrier de l’Atlas, scrive su Facebook di non prevedere ripercussioni tangibili del voto sulle relazioni tra Rabat e Washington, né sul dossier del Sahara, poiché il peso del presidente in politica estera resta decisivo. Di diverso avviso è la rivista americana Foreign Policy, secondo cui la maggioranza democratica al Congresso potrebbe favorire un ripensamento dell’approccio di Washington sul Sahara occidentale, anche alla luce del sostegno di diversi parlamentari al processo negoziale promosso dall’ONU. Un’evoluzione che potrebbe mettere in discussione, almeno sul piano politico, la linea di sostegno a Rabat adottata da Trump, sebbene un’immediata inversione di rotta non appaia probabile.
L’onda blu americana pone una questione che riguarda direttamente tutti i Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo: saranno chiamati ad assumere maggiori responsabilità nella sicurezza del bacino?
Un eventuale disimpegno americano nella regione potrebbe favorire l’espansione dell’influenza russa in Libia, Siria e Nord Africa? La guerra tra Stati Uniti e Iran diventerà il principale terreno di scontro tra Trump e il Congresso? Quali saranno le conseguenze sulle rotte commerciali, sul Canale di Suez, sullo Stretto di Hormuz, sui mercati del gas e sui flussi migratori?
Domande che non trovano ancora risposte definitive. Sull’Iran, Holger Schmieding, economista di Berenberg, vede la possibilità che Trump chiuda un accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz nel 2027, dopo le restrizioni dovute alla guerra.
Se da un lato Italia, Francia, Spagna e Grecia potrebbero essere chiamate a rafforzare il proprio ruolo diplomatico e strategico, dall’altro Russia, Turchia e Cina potrebbero cercare di ampliare la propria influenza.
Il nuovo Congresso americano non determinerà da solo il futuro del Mediterraneo, ma potrebbe contribuire a ridisegnarne gli equilibri. Le prime risposte arriveranno solo a gennaio, con l’insediamento della nuova maggioranza democratica.





















