Manuela Carrano: il Mediterraneo, un mare interiore tra arte, mito e natura

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Foglia cm 120×90, Manuela Carrano

Nata a Varese ma profondamente legata a una dimensione nomade del pensiero e della creazione, Manuela Carrano ha trasformato la sua casa milanese, nel cuore di Porta Romana, in un organismo vivo: un’opera in continua metamorfosi dove pittura, disegno, ricamo, scultura e parola convivono in un equilibrio fragile e necessario.

La sua ricerca, da sempre attenta alle tematiche ambientali, si muove lungo traiettorie che uniscono esperienza personale e memoria collettiva, costruendo un immaginario in cui la natura non è mai sfondo, ma presenza viva, interlocutrice silenziosa e imprescindibile.
In questo dialogo costante, il Mediterraneo emerge come orizzonte simbolico e luogo dell’anima: non semplice geografia, ma spazio interiore, archivio di storie, mito e identità. È da qui che prende avvio questa conversazione, che attraversa visioni, materia e memoria.

Manuela Carrano INFINITO 2 mm
Infinito 2 mm di Manuela Carrano

Il Mediterraneo è un luogo di confine, ma anche di appartenenza: spazio simbolico e reale, attraversato da memorie, miti e stratificazioni culturali. Nella tua ricerca artistica esiste un paesaggio interiore che dialoga con questo mare così carico di storia?
“Sì, perché il mio lavoro di artista non è separato dal mio essere donna: casa, famiglia, figli. Il paesaggio mentale che amo è il mare, anche se non vivo sempre lì. Appartiene alla mia tradizione familiare, siamo, in un certo senso, marinai. Fa parte di me: non è un luogo in cui vado, ma un luogo che porto dentro e con cui mi relaziono in ogni lavoro che realizzo. Tutte le mie opere sono parte di me, ma anche espressione del mio vissuto: la mia famiglia, la mia storia, i miei ricordi. È un continuo rimando”.

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Vestizione Cesate Metro 4, Milano di Manuela Carrano

Le tue opere evocano spesso viaggio, metamorfosi e memoria. Quanto il Mediterraneo, con la sua dimensione nomade e mitologica, rispecchia il tuo modo di abitare il mondo?
“Lo rispecchia profondamente. Hai citato giustamente il termine “mitologico”, perché nel mio lavoro e nella mia vita, il tempo è circolare, non lineare, ma ritorna continuamente. Mescolo il ricordo personale con la storia, la mitologia, la storia del nostro Paese e quella del mondo, cercando di creare un continuum tra il mio sentire e il vissuto collettivo. Il mio mondo è il Mediterraneo, dove ho avuto le prime esperienze di vita. Poi ho sempre cercato altri mari. Anche nella mia famiglia il mare è una presenza costante: mio figlio è un navigatore, mio padre lo era e viveva in America. Mari e oceani sono ciò che ci ha uniti e, a volte, anche divisi”.

Nei tuoi lavori la natura non è mai semplice rappresentazione, ma presenza viva. Come si inserisce il tema della fragilità ambientale nella tua visione artistica?

“Non rappresento la natura, ma l’emozione che suscita in me. Se mi appoggio a un albero e ne percepisco l’immensità, il suo essere ponte tra cielo e terra, la sua dimensione quasi divina, ne avverto anche la fragilità.
Ma questa fragilità è soprattutto umana: l’uomo non ha compreso la forza della natura, né quanto ne dipenda. Ferirla significa ferire noi stessi. Nei miei lavori cerco di trasmettere un senso di perdita, di pericolo, di dolore, più per noi che per la natura, che credo sopravvivrà sempre”.

Trasformi materiali, segni e tecniche in un racconto complesso e stratificato. Il tuo processo creativo nasce più da un’urgenza interiore o da un dialogo con ciò che ti circonda?

“Ho iniziato a lavorare spinta dalla necessità di sperimentare. Il mio lavoro è, prima di tutto, relazione con materiali sempre diversi. Ho cominciato con il ferro, con la saldatura: materiali apparentemente duri, ma in realtà tutt’altro.
Il mio è un processo circolare: nasce da una sensazione, da un sentire che passa attraverso le mani. Io ho bisogno di fare”.

La tua casa-studio è un’opera in divenire. Quanto lo spazio che abiti influenza il tuo immaginario e diventa esso stesso parte della tua narrazione artistica?

“Quando sono arrivata, era il laboratorio di un restauratore. Quello che si vede oggi è una stratificazione di ciò che ero e di ciò che sono diventata. All’inizio ho lavorato dipingendo i muri, per aprire i limiti della casa e trasformarla quasi in un giardino, per sentirmi più a mio agio.
Con il tempo, la casa si è trasformata insieme a me, seguendo i materiali e le sperimentazioni. Non è mai stata un limite: si è sempre adattata ai miei cambiamenti”.

Manuela Carrano trittico RINASCO
Trittico Rinasco di Manuela Carrano

In un tempo segnato da crisi ambientali e trasformazioni profonde, pensi che l’arte possa ancora generare consapevolezza e costruire nuove forme di relazione tra uomo e natura?
“Così dovrebbe essere. Non so quanto il sistema dell’arte oggi sia realmente interessato a questo, o piuttosto a dinamiche economiche. Ma è anche il riflesso del momento storico: tutto sembra orientato all’interesse economico, e l’arte non ne è esclusa.
Chi non accetta queste logiche rischia di restare ai margini. Eppure, credo – forse in modo un po’ romantico – che un artista sincero possa ancora fare ciò che sente davvero, indipendentemente dal riconoscimento. Io, a questo punto, faccio semplicemente quello che mi piace fare”.

Nel tuo lavoro più recente ti confronti con la forma del libro d’artista, in dialogo con lo scrittore Massimo Bacigalupo (critico letterario, anglista, regista e professore emerito di letteratura anglo-americana all’università di Genova). Come nasce questo progetto?

“È un lavoro che nasce dal confronto con autori capaci di ricreare un mondo attraverso la scrittura: Ezra Pound, con I Cantos, costruisce qualcosa di simile a una Divina Commedia contemporanea. E poi James Joyce: il suo Ulisse mi ha affascinato perché celebra la sacralità della quotidianità. Non l’eroe, ma un uomo comune che proprio per questo diventa epico. Questo aspetto lo sento molto mio: dare valore ai piccoli gesti, alla vita quotidiana. Anche perché ho attraversato momenti difficili e ho compreso quanto possa essere prezioso, ad esempio, sedersi da soli a bere un caffè, un lusso enorme.
Con Massimo Bacigalupo abbiamo lavorato così: lui ha scelto e tradotto alcuni testi, io non li ho illustrati, ma interpretati attraverso il mio vissuto. Ne è nato un lavoro corale: durante la presentazione, due artiste daranno voce a questi libri, interpretandoli a loro volta. È come un albero che cresce, in cui ogni ramo è una visione diversa della stessa radice”.

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