Un cenone di Capodanno nel segno del mondo

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Ph. Johannes Plenio Xid – Unsplash

ROMA – Buon anno nel segno del mondo, con l’augurio di non avere paura di uscire dal cortile di casa per andare a esplorarlo. Cominciamo il 2026 con un cenone un po’ diverso?

A mezzanotte, cotechino e lenticchie (classico augurio di prosperità) potrebbero ad esempio essere accompagnati dalle 12 uve spagnole della fortuna (una per ogni rintocco). Vegani e vegetariani (e chi segue determinati precetti religiosi) preferiranno esprimere il medesimo auspicio appendendo arance e melagrana all’ingresso di casa (usanza greca) oppure rompendo una melagrana sulla soglia – più semi rotolano sul pavimento, maggiore sarà la fortuna dell’anno che verrà (Malta).

Se optassimo per una cena un poco più leggera, potrebbe essere un ceviche peruviano (pesce bianco marinato nel limone con cipolla rossa, coriandolo e peperoncino leggero). Un contorno? Perché non spinaci bolliti con salsa al sesamo leggera (Giappone)? Se poi ci si trova a Roma e si vuole omaggiare la sua storia, c’è il pangiallo, una pagnottina dal caratteristico colore giallo oro, a base di impasto di frutta secca, miele e cedro candito; in età imperiale si usava donarla per augurare il ritorno del Sole.

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Ph. Omer Haktan Bulut – Unsplash

Di fianco ai nostri panettoni e pandori, starebbero benissimo i baklava che trionfano in Turchia, ma sono comuni in tutto il Mediterraneo, i kahk biscotti speziati egiziani, nonché la vasilopita, torta greca speciale per Capodanno – all’interno c’è una moneta, chi la trova sarà fortunato.

Con tutti i sapori del mondo a disposizione, la valenza sociale e comunitaria della convivialità può venarsi anche di idee divertenti; lo scambio di cibo equivale a una stretta di mano, annulla distanze, abbatte barriere.

Qualcuno potrebbe però soffrire di allergie o di intolleranze, o condividere divieti religiosi, o seguire determinate diete per ragioni terapeutiche o ideologiche. Sono problemi che si superano tranquillamente con il rispetto reciproco e con l’accortezza di fare presente subito la propria peculiarità ai padroni di casa. Per chi, ad esempio, non beva alcolici, basterà mettere in tavola tè freddo e succhi di frutta di fianco alle bottiglie di vino. E così via: se hai ospiti ebrei non decorerai l’insalata russa con gamberetti, se hai ospiti musulmani o ebrei eviti la carne di maiale o la affianchi con pollo o manzo, oppure – meglio ancora – con portate di verdure adeguatamente cucinate. Per i buddhisti mangiare carne non è ufficialmente proibito di per sé, ma “spegne il seme della grande compassione”; l’induismo è sostanzialmente sulle medesime posizioni, il sikhismo condivide il principio della non violenza, su basi per lo più vegetariane se non vegane.

Ma alcune complicazioni sono in agguato.

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Ph. John Vid – Unsplash

In qualsiasi parte del mondo“, spiega Francesca Rocchi, antropologa dell’alimentazione “ogni cultura gastronomica è identitaria. Per capirlo è necessario rifarsi al concetto di biodiversità (cioè le varie specie di flora e di fauna locali). I diversi alimenti corrispondono generalmente alle disponibilità locali, partendo dalle quali ogni comunità ha sviluppato la capacità di preparare piatti buoni. Ad esempio, nella civiltà mediterranea l’olio extravergine di oliva è stato fondamentale per la salubrità dell’area, ha segnato il gusto che accomuna tutti i piatti e gli abitanti del Mediterraneo.  Ma se ci spostiamo in America latina, il grasso vegetale “nobile” è l’avocado, che sta alla base di moltissime salse, preparazioni e condimenti. In più, il cibo può rappresentare un simbolo di distinzione sociale: elementi distintivi di ricchezza, ad esempio, sono stati a lungo considerati il pane bianco, utilizzato in città più che nelle campagne, e le spezie, che soprattutto nel Rinascimento erano ricercate non solo per il gusto, ma anche per il valore simbolico e il costo.

Che ci siano esitazioni ad assaggiare cibi sconosciuti, perciò, sembra inevitabile ma con un minimo di informazione ampiamente superabile. Molto difficili da superare sono invece i rifiuti a priori, la posizione di chi dichiara “mangio solo italiano” (e trovandosi all’estero, magari cerca improbabili, sedicenti ristoranti italiani).

Il gusto è una sorta di imprinting che ereditiamo attraverso il latte materno; viene poi confermato durante lo svezzamento. L’abitudine ai sapori piccanti, ad esempio, ha questa origine”, continua Francesca. Dai 2 ai 6 anni in genere i bambini mangiano solamente cibi familiari e rifiutano tutto il resto. È una sorta di avversione atavica e inconsapevole verso cibi sconosciuti, un meccanismo di protezione da potenziali sostanze dannose se non velenose.

Si può dire che l’istinto rifiuta tutto ciò che non conosciamo e che la curiosità è una conquista culturale?
“Certamente: la cultura caccia i fantasmi”.

Nell’Odissea, Ulisse chiede accoglienza a Polifemo che, per tutta risposta, afferra per i piedi due suoi compagni, li sbatte contro una roccia, li rompe e li divora. L’aggressività come archetipo dell’istinto, della cultura primordiale che diffida di tutto ciò che non conosce e reagisce distruggendo tutto ciò che è “altro“.

Ulisse o Polifemo, appunto. Siamo sempre lì.

(Leggi anche: Natale con tutti i sapori del mondo)

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