
ROMA – Che nella vita tutto sia politica, lo sperimentiamo ogni giorno – vivendo, appunto. Dal diritto di famiglia alle tasse, dai programmi scolastici alle leggi sul lavoro fino alle norme per espatriare. Ma che un frutto, o una bancarella di frutta e verdura, possano contenere un messaggio sovversivo, ecco, questo sembra un fenomeno obiettivamente nuovo.
Rosso, bianco, nero e verde, i colori della bandiera della Palestina. Anche dell’anguria.
“Mind the watermelon”, appunto. In Palestina, in Europa, in America scegliere di mangiare anguria, offrirla, a maggior ragione disegnarla, può portare a sospetti di complicità. Con le vittime, beninteso.
In Cisgiordania, dall’inizio di quest’anno la polizia israeliana può ufficialmente confiscare in qualsiasi momento le bandiere, in qualsiasi luogo pubblico, università ben comprese. Fino a poco tempo fa, a Tel Aviv alcuni taxi esibivano un adesivo con la figura di un’anguria e la scritta “This is not a Palestinian flag”. Chi lo sa se ci siano ancora.

In Germania, l’ufficio federale per la protezione della Costituzione ha di recente inserito l’anguria tra i simboli usati da gruppi generalmente considerati estremisti, che di solito utilizzano questa immagine al posto di “Palestina” o per rappresentare l’intero territorio di Israele/Palestina.
Comunque, precisano le autorità tedesche, non esiste alcun divieto generale dell’anguria né una diffidenza verso il frutto in sé. Ah, bene.
Ogni tragedia include una nota grottesca, lo sberleffo atroce. I greci ne furono maestri. Ma per raccontare la Palestina oggi non esiste un Euripide, né uno Shakespeare, e a noi la dimensione dei millenni è preclusa. Un altro Primo Levi, forse, si ergerà un giorno a testimoniare.
A individuare il potenziale sovversivo delle angurie furono gli israeliani. Ricorda Sliman Mansur – pittore, scultore e illustratore, figura centrale dell’arte e della resistenza palestinese, autore del celebre quadro “Il portatore dei fardelli” dove un anziano palestinese porta Gerusalemme sulle spalle – che nel 1980, in una galleria a Ramallah, durante la discussione successiva alla chiusura di una collettiva di pittura da parte dell’autorità militare israeliana, gli artisti chiesero se a quel punto dovesse considerarsi vietato qualunque soggetto realizzato con i colori rosso, verde, bianco, nero. Certamente sì, rispose l’ufficiale; per spiegarsi meglio aggiunse “anche un’anguria”.

Erano gli anni immediatamente precedenti la Prima Intifada (1987): prese vita in quel periodo, a opera di Mansur e di qualche collega, il collettivo artistico “New Visions“, che per liberare l’arte palestinese dalla dipendenza da materiali israeliani lavorava con fango, paglia e materiali locali, trasformando in espressione d’arte anche il suolo nazionale.
Di anguria, in realtà, si era già parlato nel 1967, al tempo della guerra (poi definita “dei sei giorni”) che dal 5 al 10 giugno oppose Israele a Egitto, Siria e Giordania. In Cisgiordania e Gaza, dove l’esposizione della bandiera fu progressivamente assoggettata a restrizioni e ostacoli, alcuni artisti presero a utilizzare e promuovere questo frutto quale segno di solidarietà. Dal 2000, con la seconda Intifada, l’immagine si diffuse anche fuori dagli ambienti intellettuali e artistici palestinesi: ma soltanto dal 2023 – quando Israele dichiarò guerra ad Hamas dopo il sorprendente e sanguinoso attacco del 7 ottobre sferrato da Hamas nel sud di Israele – il simbolo dell’anguria dilagò ovunque, adeguatamente pubblicizzato dai social media.
“Mind the watermelon”, appunto.






















