
Le sue radici affondano in Tagikistan, nell’Asia Centrale. In quella terra il cavallo non è solo un animale, ma costituisce storicamente il fondamento di una civiltà, un simbolo della libertà nomade. Rahim El, artista di origini persiane nato a Dushanbe, presenta a Milano un corpus di lavori incentrati sul motivo equestre.

Il cavallo, elemento ricorrente nella sua ricerca, viene sottratto alla dimensione decorativa e trattato come struttura simbolica legata ai processi di identità e rappresentazione.
Il suo lavoro si inserisce nella mostra “Dal deserto all’impero: l’immaginario del potere tra antico e contemporaneo”, in corso fino al 19 aprile 2026 presso la sede della Collezione MU.RO a Milano. Il progetto, a 230 anni dalla Campagna d’Italia del 1796, indaga la costruzione simbolica del potere tra XVIII e XXI secolo, mettendo in dialogo antiquariato, documenti storici e arte contemporanea. MU.RO consolida così una linea curatoriale orientata al confronto tra epoche e geografie, con un’attenzione specifica alla regione MENA.
All’interno del percorso espositivo, il cavallo arabo emerge come elemento chiave: emblema del comando e dispositivo iconografico della conquista, ma anche figura attraverso cui rileggere le relazioni tra sguardo occidentale e genealogie culturali mediorientali. Dipinti, documenti e materiali d’archivio – provenienti, tra gli altri, dal Museo Generale Bonaparte del Castello di Mombasiglio e dall’Archivio di Stato di Milano – costruiscono un contesto in cui l’immagine equestre viene progressivamente ridefinita.
In questo quadro, Rahim El interviene sul patrimonio iconografico riducendone gli aspetti narrativi e insistendo su tensione, forma e presenza. Il risultato è un’immagine che non illustra ma condensa: il cavallo diventa un campo di lettura attraverso cui osservare trasformazioni politiche e culturali, evitando riferimenti diretti ma mantenendo una chiara relazione con il presente.
Abbiamo incontrato l’artista per chiedergli come la sua ricerca si confronti oggi con i temi di identità, rappresentazione e attualità politica.
Nelle tue opere il cavallo diventa un simbolo che attraversa storia, identità e potere. In che modo questo elemento, profondamente radicato nelle culture della regione MENA, ti permette di riflettere sulle dinamiche politiche e nazionali contemporanee?
“Le mie radici affondano in Tagikistan, dove il cavallo storicamente è il fondamento della nostra civiltà. Nella mia regione il cavallo rappresenta il legame tra cielo e terra, la lealtà e una volontà indomabile.
L’uso di questa immagine mi permette di riflettere sulla politica contemporanea attraverso la lente della resistenza. Così come il cavallo supera i passi montani della mia terra natale, allo stesso modo i nostri popoli attraversano periodi di trasformazione, cercando una nuova identità dopo decenni di cambiamenti geopolitici. Nelle mie opere il “cavallo” diventa una metafora della rinascita nazionale: simboleggia un’energia impossibile da contenere entro limiti e la dinamica di un movimento in avanti, nonostante tutte le sfide storiche. È un dialogo sul potere di determinare il proprio destino e su come gli antichi codici culturali continuino a vivere nell’uomo contemporaneo”.

Esporre per la prima volta a Milano significa presentare questo immaginario a un pubblico che spesso conosce il cavallo arabo più come icona estetica che come simbolo politico. Come cambia la lettura delle tue opere quando vengono osservate in un contesto europeo?
“In Europa, il cavallo arabo è spesso percepito come un ideale di perfezione estetica e lusso. Io cerco di rompere questa facciata puramente decorativa. Il mio linguaggio astratto priva l’immagine della sua “cartolinesca” bellezza, costringendo lo spettatore a percepire non la forma, ma la tensione e l’energia. Non voglio che lo spettatore europeo veda nel cavallo un simbolo esotico, ma piuttosto uno specchio universale dell’anima umana (delle sue paure, delle sue lotte e dei suoi trionfi). Trasferire questa immagine nello spazio europeo la trasforma da “simbolo orientale” in una dichiarazione globale sulla forza dello spirito, comprensibile a chiunque, indipendentemente dal proprio background culturale”.
In un momento storico segnato da conflitti, ridefinizioni geopolitiche e crisi identitarie globali, quale ruolo può ancora avere l’arte nel costruire o mettere in discussione le narrazioni politiche e nazionali? Pensi che l’artista abbia una responsabilità specifica in questo scenario?
“L’arte possiede una capacità unica di porre domande là dove la politica mette dei punti fermi. In un’epoca di fratture geopolitiche, l’arte deve diventare uno spazio per decostruire vecchie narrazioni e creare nuovi significati più umani. Credo che la responsabilità dell’artista oggi risieda nell’autenticità. Non siamo obbligati a fornire risposte politiche, ma siamo tenuti a essere “custodi delle emozioni” e dei significati. Il mio compito come artista è, attraverso l’immagine del cavallo, ricordare alle persone la loro originaria aspirazione alla libertà e all’unità, che stanno al di sopra di qualsiasi confine e crisi. L’arte è una forza morbida, capace di guarire e unire le persone nei momenti in cui tutto il resto le divide”.
Info: Rahim El – Dal deserto all’impero: l’immaginario del potere tra antico e contemporaneo”, in corso fino al 19 aprile 2026 presso la sede della Collezione MU.RO a Milano






















