
Più che il fotografo “che ha vinto il Pulitzer 2026”, Saher Alghorra sembra rappresentare una nuova generazione di fotogiornalisti locali.
Per anni il fotogiornalismo di guerra è stato raccontato attraverso la figura dell’inviato: il fotografo che arriva, documenta il conflitto e poi riparte. Nel caso di Alghorra, invece, la distanza tra chi osserva e chi vive gli eventi quasi scompare. Non fotografa soltanto Gaza: vive a Gaza. Non entra in guerra: ci è dentro.
È anche per questo che il suo Pulitzer assume un significato particolare. Nel presentare il premio, The New York Times scrive che il fotografo “Ha raccontato il conflitto a Gaza mentre viveva le stesse terribili condizioni mostrate nelle sue immagini”. Non è soltanto una nota biografica. È quasi una definizione di una nuova generazione di reporter locali che stanno cambiando il linguaggio della testimonianza visiva contemporanea.
Nato, cresciuto e ancora residente nella Striscia, Alghorra ha iniziato relativamente tardi. La sua prima macchina fotografica arriva soltanto nel 2017. Un dettaglio che racconta molto del suo percorso: non proviene dal circuito classico del fotogiornalismo internazionale, ma da una realtà in cui la fotografia nasce come necessità di registrare la fragilità quotidiana. Prima di collaborare con grandi testate, studia relazioni pubbliche, media e fotografia all’Università della Palestina. Ha iniziato a lavorare come freelance nel 2021 collaborando con diverse agenzie e testate internazionali. Le sue immagini sono apparse su TIME Magazine, The Guardian, The Telegraph e The New York Times. Nel 2023 è diventato Chief Photojournalist a Gaza per ZUMA Press. La sua crescita professionale coincide con un momento storico in cui Gaza diventa uno dei luoghi più difficili da raccontare dall’esterno. Con l’accesso fortemente limitato ai giornalisti stranieri, i fotografi palestinesi assumono un ruolo centrale nella costruzione del racconto globale del conflitto. Non semplici fixer o collaboratori locali, ma autori riconosciuti, con uno sguardo autonomo. Alghorra ha raccontato il conflitto vivendo le stesse condizioni drammatiche delle persone che fotografava. Non c’è separazione netta tra reporter e popolazione civile.

Nel suo lavoro colpisce soprattutto l’assenza di spettacolarizzazione. Le immagini premiate dal Pulitzer non cercano l’eroismo; il centro resta l’essere umano. Raccontano piuttosto la durata della guerra: la fame, gli sfollamenti continui, l’attesa, la perdita di orientamento, il rumore costante dell’emergenza, il logoramento psicologico.
Tra le fotografie più forti c’è quella di una madre che urla il nome del figlio ferito mentre viene trasportato verso l’ospedale su un camion di aiuti umanitari — lo stesso camion da cui il ragazzo stava cercando di prendere del cibo. In un’altra serie, famiglie palestinesi percorrono a piedi la strada verso Gaza City dopo la tregua del 2025: non immagini di liberazione, ma un ritorno quasi sospeso, stanco, pieno di incertezza.
Anche TIME Magazine aveva già riconosciuto la forza del suo sguardo, selezionando nel 2023 una sua immagine tra le “100 Best Photos of the Year”. Nel 2024 aveva poi ricevuto il “Best in Show” ai Communications Arts Photography Annual per il lavoro realizzato durante la guerra a Gaza.
Sempre più spesso le immagini che definiscono il nostro tempo arrivano da persone immerse nella storia che raccontano. Il lavoro di Saher Alghorra appartiene esattamente a questo nuovo modo di testimoniare il mondo.





















