L’impegno civile della grande musica attraversa i secoli

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Ph. Marius Masalar – Unsplash

ROMA – Altro che ideali eterni, al di sopra di ogni tempo e luogo. Musica e Arte sono piuttosto intrise della propria contemporaneità, ed è proprio per questo che possono attraversare i secoli. Basti ricordare Johann Sebastian Bach, universale perché intensamente luterano, immerso in un mondo in cui ordine, fede, numero e suono coincidono. O Dante Alighieri, la cui Divina Commedia è impensabile al di fuori del medioevo cristiano. O William Shakespeare, che dell’epoca elisabettiana ha metabolizzato stile e gusto del teatro popolare, ambiguità morale, violenza verbale. O Caravaggio, espressione diretta della Roma della Controriforma – corpi sporchi, luce violenta, sacro che irrompe nella carne.

Altro che velluti rossi, stucchi dorati e luccichio di abbigliamenti. Musica è, piuttosto, testimonianza, identità, coscienza morale pubblica.

Una dimensione che si avvia appena dopo l’anno Mille e che attraverso i secoli procede lentamente, gradatamente. L’embrione non a caso si nutre nel Mediterraneo, crocevia di genti e culture, realtà e monito di possibili pacifiche convivenze: dai Trovatori e Trovieri che commentano eventi pubblici, polemizzano con i potenti e cantano contro la guerra e le ingiustizie, fino alle confraternite laiche che intonano laudi in volgare (Jacopone da Todi … lo abbiamo studiato tutti). In Francia, presto questi musicanti diventano parte integrante della vita urbana, in Spagna, Sicilia e Provenza, musiche e testi confermano che cristiani, ebrei e musulmani sono vissuti in pace e possono vivere in pace.

Nelle opere di Claudio Monteverdi, Venezia è vissuta quale spazio sociale prima che ambiente urbano. In Spagna, il compositore Tomás Luis de Victoria tenta un abbozzo di identità collettiva utilizzando musiche sacre. Napoli, che già in età angioina era tra le città più grandi d’Europa, nel XVII secolo fiorisce per scienze e arti: Domenico Scarlatti, Nicola Porpora e Giovanni Battista Pergolesi ne sono vanto. Le musiche di Luigi Boccherini sono predilette dalle corti e dalla società colta di Italia e Spagna. Gioachino Rossini sogna una cultura teatrale pubblica, condivisa, patrimonio comune mediterraneo. Ildebrando Pizzetti rilegge la Grecia classica in chiave moderna e nel Mediterraneo vede la culla della civiltà.

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Ph. Ebuen Clemente – Unsplash

Nell’Ottocento, tutti questi fermenti, intuizioni, slanci vivranno grandiosi. È il secolo della progressiva consapevolezza identitaria, delle lotte per l’indipendenza e delle fondamenta dei primi Stati-nazione; tradizioni popolari, lingue musicali locali, temi e personaggi storici confluiscono nella costruzione dell’identità nazionale.

Sul frontespizio della Terza Sinfonia, Ludwig van Beethoven scrive Bonaparte; ma strappa la dedica appena questi si proclama imperatore (“Ora anche lui non è che un tiranno”). Fidelio denuncia l’arbitrio del potere, la prigionia politica. Il finale della Nona (che riprende l’Inno alla Gioia di Friedrich Schiller) sarebbe divenuto inno ufficiale dell’Unione Europea, e sarebbe stato eseguito alla caduta del Muro di Berlino.

Bedrich Smetana celebra la Boemia con accenti epici e poetici, Mikhail Glinka crea l’immaginario musicale russo moderno, Edvard Grieg dà voce alla Norvegia romantica (Peer Gynt ci ha fatto sognare tutti!). E le stesse sinfonie di Gustav Mahler più che monumenti paiono affreschi sociali. E Johannes Brahms propone, intanto, un insolito (e presago) Requiem, che sostituisce i testi liturgici in latino con passi biblici in tedesco: una musica che sembra consolare i vivi prima ancora di onorare i morti.

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Ph. Adrian Korte – Unsplash

Nel 1842, a Milano, durante le prove di Nabucco a La Scala (prima assoluta il 9 marzo) alle note di “Va pensiero” le maestranze del teatro all’improvviso si fermano ad ascoltare; poi prorompono in urla e applausi, un’ovazione. Il libretto di Temistocle Solera evoca l’amarezza degli ebrei in esilio a Babilonia, ma chi ascolta pensa al proprio popolo sotto il dominio austriaco. Al debutto dell’opera, emozione immensa, palpabile; dopo poco il pubblico comincia a cantare insieme con il coro, ai funerali di Giuseppe Verdi nel 1901 a un certo punto la folla intona Va pensiero e Toscanini, spontaneamente, prende a dirigere il coro.

segue …

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