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C’è del marcio in Danimarca

Quando si dice: occhio che non vede, cuore che non duole. Ecco, se l’occhio vede, il cuore duole e la gelosia mi mangia viva. Con un uomo arabo al fianco, il rischio è che mi faccia sbranare dai sospetti. Datemi un consiglio, prima che la medicina possa registrare un caso di anoressia del tutto nuovo, dovuto a cause mai viste prima.

Sono sempre stata del parere che quando un uomo vuole tradire una donna (e viceversa) la copertura migliore sia una frase, seguita da un’azione: “Amore, il 30 novembre parto per un viaggio di lavoro”. Azione conseguente: carezza consolatoria. Magra consolazione perché hai già buttato l’occhio sulla sua scrivania e vedi il biglietto aereo nuovo fiammante nella fondina di plastica, custodito come fosse un relitto dell’oceano. “Ah, fantastico, amore – dici tu ipocrita, simulando felicità eterna -. E dove vai di bello?” Si è già aperta una voragine dentro di te che aspetta di essere riempita con un pezzo di cartina geografica.

Stavolta lui dice un Paese che non ho mai sentito sulle sue labbra. “Vado in Danimarca”, e non mi guarda neppure. Danimarca? Nella mia mente si affollano una serie di numeri, immagini, statistiche, pensieri: l’alto numero di suicidi dell’ultimo rapporto sugli adolescenti europei, frotte di giovani padri biondi che trascinano carrozzine con altrettanti pargoli biondi, la detective letteraria Thursday Next dei romanzi di Jasper Fforde, la Sirenetta che si stende bronzea e beata sul lungo mare, l’atto primo scena quarta dell’Amleto di Shakespeare.

Uhm…cosa ci va a fare? Perché ci va? Cosa ci sarà? Chi, soprattutto, ci sarà? Lui anticipa la domanda: c’è il convegno sulla…vattelappesca. Perfetto. Piano perfetto. Viaggio di lavoro e convegno sulla vattelappesca=una settimana di copertura per tradirmi meglio.

Sorrido, dico “Bello, ma che cosa interessante, bravo amore mio”, mi assicuro sui termini del viaggio (andata, ritorno, albergo dichiarato..ma sarà poi quello, l’albergo? mi domando) e inizio a indagare. Internet, da questo punto di vista, è uno strumento non male per le Miss Marple dell’ultima ora.

Verifico che il convegno e l’albergo dichiarati esistano: la copertura sembra efficace. Ma poi qualcosa non torna. Vado sul suo Facebook e comincio a fare il ceck delle amiche virtuali. Questa chi è, da dove viene, e via dicendo. Thursday Next mi fa un baffo, sono io la regina dei detective. C’è del marcio in Danimarca e devo scoprirlo.
Mi attesto su due, tre profili possibili. Ma la pista mi porta inevitabilmente su una. Nome occidentale, cognome orientale, bionda miele con gli stessi grandi occhi di mia suocera. Si è lei. Sarah, questo nome ebraico ma diffuso nel mondo e questo cognome, S. molto comune nel Mashrek. Insegna nella stessa università del convegno vattelappesca. Scrive un post sul suo facebook in cui lo chiama “My beautiful …”. My beautiful? My?? Thursday Next ingoia: è troppo coinvolta, ma va avanti imperterrita.

A cena con nonchalance gli chiedo chi organizza il convegno e perché. Ecco, naturalmente lo organizza Sarah S. Gli uomini più accorti tenderanno a non nasconderti l’identità dell’amante ma a mettertela sotto gli occhi, proprio per non fartela vedere. Conosciamo i nostri polli. Gli chiedo di parlarmi di lei e naturalmente S.S. è una donna molto bella, molto seria, molto intelligente. Molto tutto, insomma.

A questo punto la voglio vedere, la devo vedere. Se sono amanti, si sentiranno via skype. Infatti, la sera, lui parla con qualcuno (ma più di uno). E, soprattutto con uno (una) conversa in inglese e arabo insieme. Sono certa, è lei. Alla prima occasione di distrazione gli estorcerò il contatto.

Dopo due giorni ne approfitto, mentre si lava i denti. S.S. dovrebbe essere lei: “Arabsirenetta”. Che nickname disgustoso, penso io. Appena arrivo in ufficio, vado su skype e aggiungo il contatto, doppiando un nickname del mio uomo per trarla in inganno. Detto, fatto. Il giorno dopo “Arabsirenetta” accetta, lo strano pesce ha abboccato.

Chiedo un colloquio all’amica virtuale, sempre dall’ufficio (perché, poi, sapete, gli italiani a lavoro pensiamo sempre ad altro).  Arabsirenetta” abbocca di nuovo. “Ti chiamo alle 12”. “Ok”. Ci siamo, ci siamo. Dentro di me esulto come Thursday Next prima di scoprire il cadavere della nuova vittima alla morgue, dopo l’intervento del medico legale.

Chiamo. Il trillo di skype mi ha sempre inquietato. Ha qualcosa di poliziesco, con quel suo richiamo psichedelico, da discoteca anni Settanta. Ed eccola lì, la sirenetta araba, che mi sorride da Copenaghen, oltre il buco nero del web. Ha 90 chili ed è sua zia. La zia baffuta emigrata nel Nord Europa da Mosul.

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