
Mentre in Italia si è votato di recente un referendum per riformare la giustizia, in Israele, il 24 marzo scorso, è stata approvata una legge sostenuta dal governo sulla giustizia. Nella notte, mentre nei cieli del Medio Oriente volavano droni ed esplodevano bombe, la Knesset, il Parlamento israeliano, si è riunita in un lungo dibattito per votare un emendamento volto a conferire più poteri ai tribunali religiosi, rabbinici e della Sharia. La legge è stata approvata con 65 voti favorevoli e 41 contrari.
Secondo i critici, si è voluto creare un canale parallelo al sistema civile che rafforzerà il ruolo della religione nello Stato e indebolirà i diritti individuali, in particolare quelli delle donne. Come osserva Haaretz, la misura “rischia di creare sistemi legali paralleli” e di incidere sull’uguaglianza.
I tribunali rabbinici, dove non ci sono giudici donne, fanno parte del sistema giudiziario israeliano e si occupano attualmente di questioni legali come divorzi, testamenti ed eredità, nonché conversioni religiose. Il sistema è composto da 12 tribunali regionali e dal Grande Tribunale Rabbinico di Gerusalemme, che rappresenta il massimo organo d’appello, presieduto attualmente dal rabbino capo sefardita David Yosef.
Fino al 2006, i tribunali rabbinici avevano un ruolo di arbitri in dispute finanziarie. In seguito, una decisione giudiziaria abolì questa autorità. Promossa dai partiti ultra-ortodossi, questa nuova legge conferirà ai tribunali religiosi il potere di arbitrare controversie civili che fino ad oggi rientravano nella competenza del sistema giudiziario laico.
La legge, modificata durante il processo legislativo, non si applica alle coppie sposate o divorziate e, in parte, alle controversie di diritto del lavoro. Sono inoltre esclusi i procedimenti penali, amministrativi e i casi in cui lo Stato è parte.
La legislazione stabilisce che i tribunali religiosi possono intervenire solo con il consenso esplicito di entrambe le parti e che le decisioni prese tramite arbitrato rabbinico non possono violare la legge sull’uguaglianza dei diritti delle donne, né altre norme sui diritti civili. The Jerusalem Post sottolinea che i tribunali devono verificare che tale consenso sia effettivamente libero.
Il provvedimento ha generato forti critiche. Secondo diversi esponenti dell’opposizione e organizzazioni civili, questo consenso potrebbe essere solo formale, a causa di possibili pressioni sociali soprattutto nelle comunità religiose. Stando a The Times of Israel, esiste il rischio di “squilibri di potere che possono danneggiare i gruppi più vulnerabili”, in particolare le donne. The Jerusalem Post riporta quanto affermato dalla presidente della Commissione della Knesset per la condizione femminile, Meirav Cohen: “Non si tratta solo di un ampliamento dei poteri, ma di una limitazione della libertà delle donne.”
Questa legge ha suscitato forti reazioni politiche: l’opposizione ha denunciato sia il contenuto, sia la sua approvazione durante un periodo di conflitto, accusando il governo guidato da Benjamin Netanyahu di rafforzare il ruolo delle autorità religiose con un conseguente indebolimento del carattere democratico dello Stato.





















