“La Mia Africa” di Paolo Gotti

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Paolo Gotti e la sua Land Rover nel Deserto del Saharia, 1974

Cinquant’anni fa, un giovane Paolo Gotti partiva per un viaggio che avrebbe segnato profondamente la sua vita e la sua arte. Attraversando il deserto del Sahara fino al Golfo di Guinea, Gotti ha incontrato l’Africa con lo sguardo curioso di chi vuole scoprire e raccontare. Da quel primo viaggio sono nati una passione inesauribile per il reportage e un archivio fotografico che cattura l’essenza di luoghi e persone.
Oggi, attraverso il calendario La mia Africa, presentato qualche giorno fa alla Galleria B4 di Bologna, Gotti ripercorre quell’avventura unica, condividendo immagini che celebrano la bellezza, la forza e le contraddizioni di un continente tanto vasto quanto affascinante. In questa intervista, ci racconta come l’Africa lo abbia cambiato e ispirato, e come quel viaggio continui a parlare attraverso le sue fotografie.

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Altopiano vulcanico dell’Assekrem, Algeria, 1974

Qual è stato il momento più significativo o sorprendente di quel viaggio di cinque mesi in Africa?
“Ci sono stati moltissimi momenti significativi, ma uno dei più memorabili è stato attraversare il deserto del Sahara. È sempre stato affascinante per me e per molti giovani della mia generazione: era un sogno che coltivavo fin dai tempi del servizio militare. Per prepararmi al viaggio, comprai una vecchia Land Rover militare e la sistemai per affrontare il deserto. Siamo partiti alla fine di gennaio, attraversando prima la Tunisia, poi l’Algeria. Ricordo l’emozione della sabbia, a Ghardaïa, un luogo simbolico dove molti arrivano ma da cui altrettanti tornano indietro.
Il viaggio non era solo paesaggi, era accompagnato dalla musica. Avevo montato un impianto stereo nella macchina e portato con me le cassette di Leonard Cohen, James Taylor e Bob Dylan. Era un modo per scandire le ore infinite di deserto”.

Se dovesse scegliere una canzone che rappresenta il cuore del suo viaggio, quale sarebbe?
“Direi un brano di Leonard Cohen, qualcosa che richiama la voglia di libertà, come Bird on the Wire. È una canzone che racchiude perfettamente lo spirito di quel viaggio: un desiderio di volare, di partire, di andare lontano.
Un momento speciale fu a Ghardaïa, quando io e il mio compagno di viaggio incontrammo due ragazze canadesi che conoscevano le canzoni di Cohen. Abbiamo passato una serata indimenticabile: loro cantavano, il mio amico suonava la chitarra. È stata una connessione umana e culturale profonda, inaspettata e piena di magia”.

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Altopiano vulcanico dell’Assekrem, Algeria, 1974

Cosa l’ha colpita di più nei popoli e nei paesaggi che ha incontrato?
“Sicuramente i Tuareg. Sono un popolo nomade straordinario, per nulla pericoloso come molti pensano; anzi, incredibilmente gentile e ospitale. Mi colpì molto la loro resistenza fisica: ricordo un uomo che spense una sigaretta sul palmo della mano senza battere ciglio! Questi piccoli dettagli restano impressi nella memoria.
I paesaggi, invece, sono incredibili nella loro varietà. Il deserto non è solo sabbia: prima ci sono montagne maestose, e poi si entra nell’immensità delle dune. Dormivamo nella nostra jeep, adattata con brandine pieghevoli, o ospiti di famiglie nomadi che ci offrivano tè alla menta. Ho anche scambiato un vecchio orologio con una sacca lavorata a mano, un ricordo prezioso che conservo ancora oggi.
Uno dei momenti più belli, per me, era svegliarsi all’alba e sentire il suono dei passi di qualcuno che camminava sulla sabbia: un rumore leggero, quasi impercettibile, che sembrava uno scivolare nel silenzio del deserto. Era un’esperienza capace di esaltarmi ogni volta”.

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Tuareg sul cammello, 1974

C’è uno scatto del calendario La Mia Africa che, secondo lei, racchiude il senso di quell’esperienza?
“Difficile scegliere, ma forse una foto scattata in Niger, dove il deserto lascia spazio a una vita più caotica man mano che ci si avvicina alla Nigeria. Ricordo il contrasto tra il silenzio assoluto del Sahara e il caos frenetico di città come Lagos. È più pericoloso dormire in una periferia urbana che in mezzo al deserto!”.

Come è cambiato il suo modo di fotografare rispetto a quel primo grande viaggio?
“Il mio approccio è rimasto fondamentalmente lo stesso. Mi piace catturare i dettagli: le mani dei Tuareg, le corde dei loro cammelli, i piccoli oggetti che raccontano una storia. Sono architetto di formazione, quindi ho sempre avuto una particolare attenzione alla simmetria e alle proporzioni. Però quel viaggio mi ha spinto a esplorare di più il reportage, portandomi in oltre 70 Paesi nel corso della mia vita. Ho traversato vari deserti, nello Yemen, posti dove non si può più andare”.

Ha mai pensato di scrivere un libro sui suoi viaggi?
“Sì, ho pubblicato un libro con una raccolta di immagini e testi che avevo condiviso online, ma mi piacerebbe farne uno più ampio e stampato. Inoltre, per ogni viaggio realizzo dei video, con un amico, Marco Boffi. Lavoriamo insieme al montaggio e alla scelta delle musiche, che per me sono fondamentali. L’ultimo lavoro inizia con Bird on the Wire – di Leonard Cohen appunto – e si conclude con Hallelujah, inserendo nel mezzo brani di James Taylor, Bruce Springsteen e Bob Dylan. Sono artisti che hanno dato un senso ai miei viaggi, i miti della mia generazione. Ora ho 80 anni e sono cresciuto con questa musica”.

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Paolo Gotti, 1974

Un’ultima curiosità: come è tornato in Italia dopo quel viaggio?
“Non sono riuscito a imbarcare la jeep su una nave, così l’ho venduta ad Abidjan. Ho trovato un passaggio su un cargo carico di tronchi, che mi ha riportato a Ravenna, dopo 17 giorni di navigazione. È stato un viaggio lungo, ma mi ha dato il tempo di riflettere e capire che il reportage sarebbe stato il mio futuro”.

Info: La mia Africa
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Paolo Gotti nasce a Bologna e si laurea in architettura a Firenze, dove frequenta il Centro di studi tecnico-cinematografici. Nel 1974 sceglie l’Africa come meta del suo primo vero viaggio. Con la sua vecchia Land Rover attraversa il Sahara fino al Golfo di Guinea in Costa d’Avorio, per poi fare ritorno in Italia dopo quasi cinque mesi a bordo di un cargo merci. Dopo varie esperienze nel campo della pubblicità e una maturata esperienza nello still life, si dedica sempre più al reportage. Gira il mondo con la sua Nikon per immortalare persone, paesaggi e situazioni che archivia accuratamente in un gigantesco atlante visivo, da cui nascono le sue serie fotografiche.

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