Giulio Regeni a New York: “Tutto il male del mondo”

Claudio e Paola Regeni Casa Italiana NYC 14 5
Claudio Regeni e Paola Deffendi

Il colore giallo ha attraversato l’oceano ed è arrivato a New York. La necessità di verità e giustizia per Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto nel 2016, non si placa. Dieci anni dopo, si trasforma in un documentario di quasi 100 minuti dal titolo “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo“, scritto da Emanuele Cava e diretto da Simone Manetti. A proiettarlo per la prima volta negli Stati Uniti è la Casa Italiana Zerilli-Marimò in collaborazione con AIRicerca New York (Association of Italian Research). Giulio Formenti ha coordinato l’evento con Stefano Albertini, direttore dello spazio culturale.

“Chissà se nella sala proiezioni questa sera ci sarà un amico di Giulio. Lui conosceva tantissime persone”. Le parole di Paola Deffendi, la madre del ricercatore, risuonano nel videomessaggio indirizzato a chi ha preso posto nel piccolo auditorium nel centro di Manhattan.

Tra studenti, ricercatori e pubblico internazionale si alza un amico di Giulio, un ricercatore inglese, che prende il microfono emozionato: “A sedici anni, Giulio ha frequentato un college negli Stati Uniti, in New Mexico. Poi ha proseguito il suo percorso accademico nel Regno Unito, dove ha studiato arabo e politica, fino al master a Cambridge. Giulio è stato uno studente internazionale. L’ho incontrato nel 2013. Era una persona incredibilmente in gamba, un ragazzo meraviglioso. Abbiamo subito legato. Ci sono alcune cose che vorrei sottolineare oggi: questa è una storia globale: Giulio viene spesso descritto come italiano, ed è certamente un elemento importante della sua identità; ma Giulio è stato anche parte della comunità internazionale di accademici”.

Giulio Formenti Amico Giulio
Giulio Formenti (sinistra) e ricercatore inglese amico di Regeni (destra)

Poi aggiunge: “Questa è una storia che riguarda l’Egitto e un governo che ha ucciso una persona.  Molti egiziani sono detenuti o morti senza un processo. Credo sia doveroso focalizzarsi sui diritti umani in questo Paese. Per me è importante che la vita del mio amico sia uguale a quella di ogni altro essere umano, compresa quella di chi sta soffrendo in questa orrenda dittatura del Generale Al-Sisi.  Un’altra cosa che voglio aggiungere è ciò che è accaduto dopo la morte di Giulio: all’università di Cambridge si domandavano se fosse sicuro inviare studenti in Paesi ad alto rischio. Molti giovani hanno tristemente rinunciato a sviluppare le proprie ricerche. Sono certo che questo è esattamente il contrario di ciò che Giulio avrebbe voluto. Lui avrebbe desiderato che gli studenti continuassero anche in contesti difficili. Abbiamo bisogno di scienziati che vadano in Paesi in via di sviluppo. È fondamentale lottare per la libertà di movimento e di ricerca per gli studenti nel mondo”. L’intervento riceve un caloroso e lungo applauso.

Le parole della madre di Giulio si alternano a quelle del padre Claudio: “Nel documentario ci sono molti dettagli che non sono noti al grande pubblico. È il risultato di un lavoro svolto dalla nostra procura insieme alle squadre degli investigatori unito a quello incessante della nostra legale Alessandra Ballerini. Alla fine, dopo i titoli di coda, ci sarà una breve videoclip con immagini molto significative per noi”.

Per i genitori di Giulio non è stata una scelta facile, spiega la madre. Il documentario (prodotto da Ganesh Produzioni e Fandango) ha avuto un’ottima diffusione in Italia, nelle sale cinematografiche e in 76 università. Nonostante le recenti polemiche sul mancato finanziamento da parte del Ministero della Cultura italiano, il documentario continuerà a far parlare di sé e a viaggiare per diffondere nel mondo la tragedia e il male che ha vissuto Giulio Regeni. “Lo riteniamo una proposta interdisciplinare, anche didattica, oltre che un esempio per riflettere e per mantenere accesa la luce sulla violazione dei diritti umani”, spiega la madre. “Il popolo giallo, quello che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte, di andare oltre le ipocrisie, di capire che l’umano vale più degli affari, ci dà una mano nell’andare avanti. Fateci sapere le vostre riflessioni”, conclude salutandoci.


La parola passa all’avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, che nel secondo videomessaggio indirizzato al pubblico newyorkese racconta le difficoltà di questi dieci anni in cui non è stato possibile chiamare a giudizio i quattro imputati, alti funzionari della National Security protetti e nascosti dal regime egiziano: “Siamo riusciti ad avere un processo perché si tratta di tortura. ‘Tutto il male del mondo’ (il titolo del documentario,  N.d.R.) è la tortura. La tortura oltre ad essere un delitto contro la persona è un crimine contro l’umanità. Per questo motivo è stato possibile fare un processo pur in assenza degli imputati”. L’avvocato fa una distinzione netta tra regimi e democrazie: nei primi non c’è diritto di difesa, cioè uno dei diritti che è stato negato a Giulio; nei secondi lo stesso viene garantito a chiunque. “La nostra Magistratura ha potuto incriminare i quattro imputati e iniziare questo faticosissimo processo. Ora siamo alle battute finali, se non ci saranno altri colpi di scena. Quello che vedrete nel documentario è la verità”, spiega Ballerini.

E quello che vediamo sono scene sgranate di un Cairo caotico e rumoroso. È il 25 gennaio del 2016, anniversario della Rivoluzione egiziana del 2011, quella che portò alla caduta di Hosni Mubarak dopo quasi trent’anni al potere. Giulio sorride, parla arabo, si siede davanti a colui che crede essere un amico. In realtà è l’uomo che, in cerca di denaro e vantaggi personali, lo filma a sua insaputa nel tentativo di costruire prove inesistenti contro di lui e consegnarlo ai servizi segreti. Sarà la sua condanna a morte. Altre scene nella metropolitana del Cairo, poi Piazza Tahrir, poi a casa di Giulio. Vediamo i genitori del giovane ricercatore arrivare al Cairo, vediamo la straziante attesa, sentiamo la sofferenza. Poi si susseguono le voci dei testimoni, dei complici, degli amici-nemici, di chi avrebbe potuto salvarlo e non l’ha fatto. Poi politici, ambasciatori, incontri istituzionali, investigatori, premier, ministri, imprenditori… quello che vediamo è la verità. In 100 minuti sono condensati 10 anni di battaglie giudiziarie, raccontate le torture inflitte a Giulio e alla sua famiglia, ci sono le ricostruzioni fantasiose delle autorità e dei media egiziani, ci sono depistaggi, silenzi, ipocrisie, malvagità, indifferenza, complicità e verità giudiziarie.

Tra le tante cose che ci insegna la storia di Giulio ce n’è una in particolare, spiega l’avvocato Ballerini: “Dobbiamo sempre decidere da che parte stare, se da quella di chi viola i diritti o da quella di chi li difende. Possiamo scegliere di salvare delle vite, di tutelare dei diritti. Questo tra l’altro lo impone anche la Costituzione italiana: la solidarietà è un dovere inderogabile”.

A migliaia di chilometri dall’Egitto e dall’Italia, il colore giallo continua a diffondersi anche oltreoceano.

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