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LIBRI/ La Sicilia in Tunisia. Le “Terres Promises” di Alfonso Campisi

Dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni ’40 del Novecento, intere famiglie siciliane andarono a stabilirsi in Tunisia. La maggior parte di loro proveniva dalla Sicilia occidentale, e in particolare dal palermitano, dal trapanese e dalle isole Egadi.

Questa storia di emigrazione anomala -nord/sud o sud/sud – è abilmente raccontata nel romanzo Terres Promises di Alfonso Campisi (Ed. Arabesques, 2020). A presentarlo a Roma in occasione delle Giornate romane della Francofonia è l’Ambasciata di Tunisia in collaborazione con il Centre Saint-Louis des Français. Insieme all’autore, la giornalista e scrittrice Ilaria Guidantoni, che ha moderato l’incontro.

Gente umile, semplici manovali, muratori, imbianchini, falegnami, agricoltori seppero costruire e dare vita ad interi quartieri chiamati “Petite Sicile”, (Piccola Sicilia) riuscendo ad integrarsi piuttosto bene alla popolazione locale.

Il romanzo traccia la storia di una giovane donna, che spinta dalla miseria, parte insieme ad altre donne, alla ricerca di fortuna in Tunisia, un Paese che le insegnerà la tolleranza e la spingerà a capire meglio “l’Altro”, il “diverso”. Ribellandosi alle regole imposte dalla società siciliana dell’epoca, e ai diktat della religione, decide di essere la sola padrona del suo proprio destino, di lasciare la sua terra, i suoi affetti, per emigrare a sud del Mediterraneo.

Tunisia. Ph. Haythem Gataa – Unsplash

Alfonso Campisi, insignito del Premio Ennio Flaiano 2021, è nato a Trapani e dal 1998 vive alla Marsa, in Tunisia. È Professore ordinario di Filologia italiana e romanza alla Facoltà di lettere dell’Università de la Manouba; Professore della prima cattedra al mondo di Lingua e Cultura Siciliana.

Nel suo primo romanzo riesce a mescolare agilmente il lato storico-giornalistico, con un’analisi attenta e ben documentata. L’emigrazione nasce da una crisi, ma diventa un’opportunità di emancipazione soprattutto al femminile. Il libro è anche un elogio alla forza delle donne.

Interessante è l’uso della lingua, miscellanea di sonorità e inserzioni linguistiche, modi di dire dialettali che creano un connubio singolare tra il francese e il siciliano: un esperimento originale che accompagna il lettore con la traduzione delle diverse lingue in francese, come spesso accade nel corso di una conversazione. La lingua diventa non solo strumento di comunicazione, quanto il binario lungo il quale muoversi per essere autenticamente protagonisti della propria esistenza.
Un romanzo all’insegna del dialogo interculturale, interreligioso che dà la parola al “popolo muto”, al popolo siciliano di Tunisia, ignorato dal protettore francese ma anche dalla classe intellettuale italiana.

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