LIBRI / “Torna a casa tua”: il condominio di immigrati che si urlano addosso

Immagine whatsapp 2025 07 21 ore 11.34.12 1b12d7dd In un condominio si litiga spesso: per il volume della musica, per il posto auto, per il portone lasciato aperto o per l’odore di fritto che arriva dalla cucina.Ma cosa succede se in questo condominio abitano esclusivamente immigrati? La situazione, a quanto pare, degenera.

Verrebbe da pensare che, accomunati da un’esperienza di vita simile e dalla consapevolezza di cosa significhi sentirsi “diversi”, gli inquilini cerchino di comprendersi e sostenersi a vicenda. E invece no.

Nel romanzo “Torna a casa tua” di Martino Pillitteri, accade esattamente il contrario: pregiudizi, razzismo e stereotipi si moltiplicano. Gli immigrati sono i primi ad essere razzisti, a farsi la guerra, a disprezzarsi e appena possono a urlarsi contro quella frase che conosciamo fin troppo bene: “Torna a casa tua!”.

Tra di loro c’è anche chi cerca un punto di incontro, c’è chi organizza picnic culturali in cui ciascuno porta il piatto tipico del proprio Paese. Ma i pregiudizi sono più forti di qualsiasi buona intenzione. Solo un nemico comune riuscirà, temporaneamente, a unire le loro forze.

Con ironia e schiettezza, Pillitteri racconta una faccia dell’immigrazione raramente esplorata: quella scomoda, contraddittoria, dove la solidarietà non è mai scontata e spesso nasconde un tornaconto. Questo libro, primo di una trilogia dedicata al dialogo tra culture, è un concentrato di ironia e spunti di riflessione.

Abbiamo incontrato l’autore in occasione della presentazione del romanzo per farci raccontare da dove nasce questa storia, e quanto di reale ci sia dietro la sua narrazione.

Come nasce “Torna a casa tua”?
L’idea è nata da un episodio a cui ho assistito: una lite furibonda tra due immigrati. È iniziata verbalmente, ma stava sfociando in un’aggressione fisica, finché sono intervenuto io. Il confronto si è concluso con un “torna a casa tua!” detto con un forte accento arabo da uno dei due. Mi ha colpito il fatto che chi ha pronunciato queste parole non avesse nemmeno la cittadinanza italiana.

Alla presentazione del tuo libro hai parlato di due stereotipi di immigrato: “sovranista” e “migrante chic”. Puoi spiegare meglio cosa intendi con “sovranista”? 

Se, per esempio, viene sottolineata la situazione critica in cui si trova la sanità pubblica italiana, lui risponderà che non ha senso lamentarsi, dato che in Paesi come il Marocco o l’Egitto la sanità pubblica non è nemmeno presente. Oppure, se qualcuno dovesse azzardarsi a dire che è complicato costruire un palazzo o una casa in Italia perché sono necessari diversi permessi e le tasse sono eccessive, un immigrato sovranista dirà che sicuramente nel suo Paese le case vengono costruite più in fretta e a prezzi più bassi, ma non è rispettato nessuno standard di sicurezza o di difesa ambientale.

L’altro stereotipo è il “migrant chic”, ossia l’immigrato che si comporta da italiano in qualsiasi contesto. Quindi, se si trova in mezzo ai suoi parenti o ad amici del suo stesso Paese d’origine, parlerà in italiano anche quando gli altri conversano in libanese o marocchino. Ad esempio, Muhammad, uno dei protagonisti del tuo libro, è un “migrant chic” …

Esatto, è il tipo che va in moschea anche in giacca e cravatta. È lo straniero che replica il comportamento italiano in contesti dove potrebbe evitare di farlo o dove non è nemmeno opportuno. È un personaggio che se la tira, ma che io trovo molto divertente.

Ed è proprio questo atteggiamento di superiorità che spinge i protagonisti del tuo libro a mandarsi al “proprio Paese” reciprocamente. È un atteggiamento che, secondo te, riflette molto la realtà?

Potrebbe sembrare un comportamento un po’ insolito dal nostro punto di vista, ma parlando con altri immigrati che hanno letto il mio libro mi è stata confermata la presenza di questo modo di fare. Da tutti loro, infatti, nel loro piccolo, spesso viene utilizzata la frase “torna a casa tua” nel confronto con gli altri immigrati, per cui è proprio un modo comune di esprimersi. Non di tutti, ma di una buona percentuale di immigrati, a mio parere. Il libro si fonda proprio sulla consapevolezza che gli immigrati sanno essere molto classisti, anche tra di loro.

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Ph. Dj paine – Unsplash

Il tuo lavoro mette in luce questo lato inaspettato della vita degli immigrati in Italia ...
Sì, è un libro che mette in luce l’aspetto anticonformista dell’immigrazione. Scrivo infatti: “tutti i nodi della convivenza multietnica vengono al pettine”, perché non si trova solamente solidarietà diffusa tra i migranti, come si potrebbe credere. Anzi, possiamo trovare invidia, volontà di fregare la controparte, e spesso la solidarietà è volta solo a un interesse personale. Si aiuta l’altro solo perché poi si avrà qualcosa in cambio. È il caso di Youssef, il personaggio marocchino che nel libro si finge amico delle persone che si devono recare al consolato per poi ricevere un compenso. Si tratta di un’amicizia speculatrice.

Alla fine, i migranti che ci racconti decidono di unirsi e di sostenersi a vicenda, anche se, come spesso accade, solo per affrontare il nemico comune.

Esatto, è un’alleanza strumentale. Per i personaggi non è facile lavorare insieme nemmeno per raggiungere un obiettivo comune; infatti, litigano ferocemente nella chat di condominio. Questa scena, a mio parere, è la parte più divertente del libro. Poi c’è sempre qualcuno che si distingue, come il brasiliano, che cerca di essere inclusivo. Gli altri, invece, sono proprio esclusivi: vogliono escludere.
Come l’afroamericana, che incarna invece lo stereotipo opposto, cioè la politically correct della situazione…
Jennifer, infatti, enfatizza il suo status, il suo set di valori che sono molto progressisti. E non c’è niente di male in questo, ma va incontro a delusioni una dopo l’altra, perché alla fine nessuno apprezza i suoi buoni propositi. Lei è una brava persona, ma gli altri la disprezzano, soprattutto per il fatto che è americana. Non riescono a dividere la nazionalità dalla persona, come invece fa lei. È un personaggio che mi fa molta tenerezza.

C’è un personaggio del tuo libro in cui ti riconosci?

Vorrei dire che mi rivedo nel marocchino che non paga le tasse, perché sarebbe il mio sogno. Soprattutto quando devo fare la dichiarazione dei redditi mi piacerebbe proprio essere come lui, ma purtroppo non è possibile. In realtà, vado molto a periodi per la preferenza dei miei personaggi. In questo periodo tragico, in cui muoiono molte persone nel mondo, sono entrato in empatia con il cinese, Ming.
Lui è guidato da un’intenzione nobile, uno dei pochi nel libro, che è quella di dare un nome e un’identità ai morti cinesi, restituendogli un po’ di dignità. Il paradosso è che probabilmente Ming se ne frega dei vivi, magari li disprezza anche, però invece ha tenerezza per quei morti. Per cui è una contraddizione nella contraddizione.

Nel romanzo l’alleanza finale è solo di convenienza. Nella realtà, pensi che sia possibile una convivenza pacifica tra culture diverse senza secondi fini?

Non so se ci sia una risposta, perché ognuno ha la propria esperienza. Io, francamente, ho incontrato molti migranti ed ho visto tanti buoni propositi, ma poi di concreto poco e nulla. A dire la verità, ho notato buoni propositi da parte di associazioni o di singoli, ma spesso erano strumentali ad avere un articolo sul giornale o a farsi notare da qualche politico. Per cui, anche qui, in fondo, c’era un fine personale. Sicuramente, però, c’è anche qualche buonanima che mette da parte le proprie aspirazioni… se c’è, battete un colpo e mandatemi la vostra storia: il prossimo libro lo faccio su di loro!

Hai già annunciato un sequel. Puoi darci qualche anticipazione sulla trama?

Sì, “Torna al tuo pianeta. Storia di terrestri alienizzati”, che ho già iniziato a scrivere. I figli dei figli di questi immigrati andranno a cercare maggiore fortuna su un altro pianeta, ma verranno sottoposti all’esame di cittadinanza. Però non posso dire di più, vediamo un po’ come va a finire!
Il terzo libro si chiamerà “Torna alle tue radici”, ed è una presa in giro delle persone che, per un motivo o per l’altro, vivono in un altro Paese e si dimenticano delle proprie origini, incominciando a vivere come i locals per compiacerli.
Faccio un esempio concreto: quando vivevo in Egitto, i ragazzi e le ragazze italiani che lavoravano nelle ONG si vestivano come egiziani, parlavano in inglese mettendoci dentro termini in arabo, arredavano le case come se fossero cairoti, e io, chiaramente, li prendevo in giro. Una volta ho detto loro: “ma tornate alle vostre radici!”, e questa espressione mi è rimasta in testa.

Quindi scriverai degli immigrati italiani? Sarà una satira sugli italiani all’estero?

Sì. Questo libro però sarà anche un’autocritica, perché io, quando vivevo negli Stati Uniti, mi comportavo allo stesso modo. Ho vissuto sette anni a New York e anch’io ero il cosiddetto “migrant chic”. Quando arrivavano i miei amici italiani in vacanza, me la tiravo molto: mi mettevo il cappellino degli Yankees e dicevo “what’s up”; mi sentivo un po’ superiore. È un meccanismo psicologico che ho provato sulla mia pelle. Però devo dire che, se negli Stati Uniti ero “migrant chic”, in Egitto non lo ero affatto. Anzi, la mia italianità si è rafforzata. Non facevo nulla per compiacere gli egiziani, ma non cercavo nemmeno di non ferire la cultura locale.

Quando vivevi in Egitto hai scritto il libro “Quando le musulmane preferiscono gli infedeli”. Di cosa parla?

Questo libro parla di un tentativo di matrimonio tra me e una ragazza egiziana che avevo conosciuto negli Stati Uniti nel 2001. In quel contesto aveva un determinato comportamento, ma in Egitto era molto diversa.
Chiaramente subiva le pressioni delle aspettative sociali e religiose del suo Paese, cosa che adesso capisco. All’epoca non l’avevo capito e pretendevo di riavere la ragazza che avevo conosciuto negli Stati Uniti.
La versione occidentale di lei mi piaceva, la versione locale invece no. Sono nati così degli scontri di vedute culturali diverse. La mia colpa, sicuramente, è stata non aver capito l’influenza che la cultura e la religione hanno sui comportamenti delle persone in Paesi come l’Egitto.
Io sono cresciuto in un ambiente laico, nel quale l’individualismo è considerato un valore. In altre culture, invece, il collettivismo è più importante.

In America, invece, com’è andata?

La cultura americana ti incoraggia a essere individualista. Non nel senso di egoista, ma di comportarti in modo autentico, con i tuoi valori, senza la necessità di omologarti. Puoi essere te stesso all’interno di regole condivise. In Egitto, invece, ho sentito la pressione per cui io dovevo omologarmi alle loro regole d’ingaggio sociali e culturali. Non voglio criticare il loro punto di vista, però in quel momento non l’accettavo, e questo causava molti attriti tra me e la ragazza che dovevo sposare. Alla fine, dato che nessuna delle persone che le stavano attorno mi voleva accettare per quello che ero, ho deciso di rinunciare.
Forse ero io quello che avrebbe dovuto fare un passo in più, lo ammetto.
In ogni caso, questo mi ha dato spunti per scrivere un libro, anche quello divertente. A qualcosa è pur servito.
Siamo ancora in buoni rapporti con questa ragazza e credo che anche lei ora ci rida sopra.

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