
CATANIA – Francesca Guzzardi è una giovane donna bionda, occhi intelligenti e in qualche modo interrogativi, elegante, pantaloncini corti, gambe muscolose di chi pratica sport. Abita a Catania, da qualche anno è ceramista con laboratorio a Caltagirone, un passato di scenografa e art designer.
Plurimillenaria e affascinante, la storia delle ceramiche siciliane si avvia oltre due millenni fa, nel periodo greco e romano (IV sec a.C.- III sec d.C.), quando la ceramica veniva utilizzata più che altro per forgiare oggetti di uso quotidiano. La dominazione araba (VI-XI) introduce nuove tecniche: smalti, colori e denomina Caltagirone la località dove la nuova produzione si realizza (dall’arabo Qal’at al-jarun, rocca dei vasi). Dal XII secolo in poi, con i Normanni e gli Svevi, i manufatti assumono sempre maggiore prestigio e il commercio si consolida. Nel XV secolo, sotto gli Aragonesi e successivamente gli Spagnoli, si diffondono le maioliche decorate essenzialmente con motivi geometrici e floreali. Il momento di massimo splendore arriverà subito dopo, con l’età barocca, quando questa produzione diventa parte integrante dell’architettura e anche dell’interno di chiese.
Nel tempo, quest’arte è stata sempre realmente vissuta dalla nostra comunità, confermandosi parte integrante dell’identità collettiva della città e della Sicilia. Piastrelle e oggetti artistici si diffondono in tutto il mondo; chiese, palazzi, fontane e balconi si rivestono di ceramica; sorgono opere monumentali quanto la Scalinata di Santa Maria del Monte, che ha 142 gradini, ciascuno decorato e parte di un unico grande mosaico, racconta Francesca Guzzardi.

Le tipiche Teste di Moro compaiono nel XIX secolo, vero?
Sì, questi vasi antropomorfi sono legati a una leggenda araba risalente ai secoli della dominazione: una giovane siciliana si innamorò di un moro, ignara che lui avesse già una famiglia nel suo luogo di origine; quando lo scoprì, gli tagliò la testa, ne fece un vaso e all’interno coltivò del basilico.
Oggi, quali sono i motivi ricorrenti e i colori dominanti?
Figure antropomorfe, simboli religiosi e mitologici, motivi naturalistici, scene religiose, arabeschi. Particolarmente apprezzati i disegni di stile geometrico e gli intrecci di ispirazione araba, che accostano fiori stilizzati e foglie di acanto. Tinte predilette: blu cobalto e verde rame, giallo zolfo, arancio, bruno manganese.
Come si diventa ceramista?
C’è a Caltagirone un istituto d’arte dedicato: cinque anni di studio al termine dei quali ricevi il titolo di “Maestro d’arte”. Dopodiché apri sovente un tuo laboratorio, dove puoi forgiare, decorare e cuocere l’argilla (temperatura necessaria dai 900 ai 1000 gradi). Il procedimento è affascinantissimo: consente di ripercorrere una sapienza artigianale tramandata da generazioni.
Sovente quest’arte è retaggio famigliare
Sì, nel mio caso però c’è solamente mio fratello che lavora nel settore. In famiglia un artista c’è, ed è davvero di prim’ordine: lo scultore Luigi Angelico, mio nonno.
Io ho frequentato l’Istituto di Caltagirone e ho continuato con l’Accademia di Belle Arti, Scenografia (indirizzo teatrale). Ho lavorato in Sicilia e a Roma, in teatro e in TV, poi per il Covid e altre ragioni ho optato per la ceramica. Però in teatro prima o poi torno, è la mia fonte di ossigeno.
Come stanno cambiando gli amatori e i produttori di ceramiche, nel terzo millennio?
I primi sono generalmente più giovani, magari comprano un’opera per un regalo importante e chiedono di scriverci sopra il loro nome. Sembrano mediamente più informati, consapevoli dell’esistenza di una crescente quantità di falsi.
La produzione spazia, oggi, dal tradizionale al design contemporaneo; si cerca di offrire opere di stile anche molto moderno, tipo servizi di piatti realizzati in dripping (colori spruzzati sulla superficie, tipo quadri di Pollock).






















