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OP, il podcast di Raffaella Fanelli su l’omicidio Pecorelli

 


Tra gli anni Sessanta e Settanta, OP era un settimanale italiano che poteva intimorire anche i più potenti. Oggi, è un podcast  un audio digitale diffuso su Internet.

A partire da un omicidio rimasto irrisolto, OP racconta una storia che riguarda protagonisti del nostro tempo. A realizzarlo è la giornalista Raffaella Fanelli, impegnata con passione e tenacia nella ricerca della verità.

La sera del 20 marzo del 1979, a Roma, nel quartiere Prati, un killer uccise con quattro colpi di pistola il giornalista Mino Pecorelli.
Numerose persone l’avrebbero voluto morto. Mino Pecorelli era il direttore del settimanale OP – Osservatore Politico, la testata in cui nessuno veniva risparmiato: dai più alti ranghi della politica nazionale e internazionale al Vaticano, ai servizi segreti. Mino Pecorelli era un uomo scomodo.

A 40 anni dal delitto, la giornalista Raffaella Fanelli trova due verbali che nel 2019 faranno riaprire le indagini. L’abbiamo incontrata in occasione di “Garfagnana in giallo”, il festival letterario dedicato al noir e al giallo che quest’anno ha voluto premiarla.

Come sei arrivata a questi verbali?

Nel 2017, cercavo riscontri ad una dichiarazione di Maurizio Abbatino sul caso Moro. Abbatino mi disse che durante il sequestro di Aldo Moro, Raffaele Cutolo, che era latitante, incaricò il suo uomo a Roma, Nicolino Selis di rintracciare il covo dove le Brigate Rosse lo tenevano prigioniero. Questo perché la richiesta era arrivata da un politico della Democrazia Cristiana, Flaminio Piccoli.
Stando alla dichiarazione di Abbatino, sia lui, sia Giuseppucci, i due boss della Banda della Magliana, incontrarono Flaminio Piccoli a Roma, lungo il Tevere all’altezza del Ponte Marconi. Questa risposta mi lasciò alquanto perplessa.  Perché un politico voleva incontrare dei boss e soprattutto dei malavitosi?
Mi disse, inoltre, che nel giro di ventiquattr’ore avevano scoperto dov’era il covo e riferito l’informazione. Non solo, mi disse anche che loro avrebbero potuto liberare il Presidente di Democrazia Cristiana se solo glielo avessero chiesto; così come l’avrebbero potuto liberare i “picciotti” di Cutolo, ma anche a loro nessuno chiese di intervenire. Ho quindi cercato dei riscontri a questa informazione nei fascicoli del caso Moro e lì ho trovato un verbale di dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra, neofascista di

Mi disse, inoltre, che nel giro di ventiquattr’ore avevano scoperto dov’era il covo e riferito l’informazione. Non solo, mi disse anche che loro avrebbero potuto liberare il Presidente di Democrazia Cristiana se solo glielo avessero chiesto; così come l’avrebbero potuto liberare i “picciotti” di Cutolo, ma anche a loro nessuno chiese di intervenire. Ho quindi cercato dei riscontri a questa informazione nei fascicoli del caso Moro e lì ho trovato un verbale di dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra, neofascista di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, rilasciate al giudice Guido Salvini di Milano. Nel verbale si parlava di una pistola che sarebbe stata usata per uccidere Mino Pecorelli; una risposta breve data da Vinciguerra. Ricordiamoci che lui non è un pentito, né un collaboratore di giustizia. Quello che dice lo dice perché lo vuole dire, non per avere sconti o benefici, infatti è ancora in carcere. I collaboratori hanno fatto un contratto con lo Stato, lui non lo ha fatto, perché non riconosce lo Stato. Negli anni, inoltre, le sue dichiarazioni verificate dal giudice Guido Salvini si sono rivelate veritiere.

Ritornando alla pistola che ha ucciso Pecorelli, qual è la dichiarazione di Vinciguerra che ha fatto scattare in te la voglia di andare a fondo a questa faccenda?

Lui raccontava che quando era in carcere a Rebibbia, Adriano Tilgher (che insieme a Stefano delle Chiaie è stato il fondatore di Avanguardia Nazionale) gli confidò di essere preoccupato in quanto Domenico Magnetta (altro avanguardista che fu arrestato con Massimo Carminati al valico con la Svizzera mentre cercavano di espatriare – e fu proprio durante quell’arresto che Carminati perse l’occhio sinistro) stava ricattando i vertici di Avanguardia Nazionale minacciando di tirare fori la pistola che aveva ucciso Pecorelli se non l’avessero aiutato ad uscire dal carcere. A quel punto mi sono messa a cercare i dossier che riguardavano Magnetta e ho trovato un verbale di sequestro di armi che risaliva al 1995, quindi tre anni dopo le dichiarazioni di Vinciguerra, dove compariva una pistola dello stesso calibro di quella usata per uccidere Mino Pecorelli. Qui scatta la molla, ho avuto un’intuizione mi sono detta “vuoi vedere che è questa la pistola di cui parlava Vinciguerra? E se Tilgher aveva paura che Magnetta riferisse della pistola era perché Avanguardia Nazionale era coinvolta nell’omicidio del giornalista”. Ho cominciato con lo scrivere degli articoli sull’argomento e ad intervistare il giudice Salvini. Sono riuscita, dopo mesi, ad avere l’autorizzazione ad intervistare anche Vinciguerra in carcere, che mi confermò di aver avuto questo colloquio con Tilgher e anche che la pistola in questione era detenuta da Domenico Magnetta. Da questo ho dedotto che Avanguardia Nazionale era in qualche modo coinvolta nell’omicidio di Pecorelli, sia perché la pistola era stata sequestrata a Magnetta, ma anche per la paura di Tilgher di questa rivelazione.

Nel tuo podocast, indichi come possibile movente per l’omicidio le rivelazioni contenute in un’inchiesta fatta da Pecorelli, ma che non riuscì mai a pubblicare.
Nel materiale sequestrato in via Tacito, sede della redazione di OP il giornale di Pecorelli, ho trovato un dossier di dodici pagine su Avanguardia Nazionale, dove c’era prova dell’attività cospirativa dell’organizzazione nera e del suo coinvolgimento nelle stragi. Oltre a questo, c’era una sorta di organigramma della stessa con i ruoli specifici di ognuno di loro nel famoso “golpe borghese”, che fu sottovaluto dai più, ma fu un vero e proprio tentativo di colpo di Stato, che sarebbe dovuto avvenire nel dicembre del 1970, un anno dopo la strage di piazza Fontana. In questo golpe erano coinvolti sia Stefano delle Chiaie sia Licio Gelli. È proprio in questo dossier – dove si provava il coinvolgimento dei vertici dell’organizzazione nera nelle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese negli anni di piombo – che, secondo me, si deve cercare il movente. L’errore fu di cercare il movente negli articoli pubblicati.

Tu hai anche ipotizzato chi potesse essere la fonte del giornalista. Come ci sei arrivata?
Parlando con i suoi collaboratori, con Paolo Patrizi e altri redattori, ho saputo che Pecorelli aveva incontrato Giovanni Ventura – che ricordiamo, insieme a Franco Freda, è uno degli esecutori della strage di piazza Fontana. Anche se i due non sono mai stati condannati perché erano stati entrambi assolti a Catanzaro, e anche se le prove sono tutte a loro carico, ma purtroppo sono state trovate dopo il processo, per la nostra legge non si può essere processati per lo stesso delitto se si è stati precedentemente assolti (e questo mi è stato confermato anche dalla sorella del giornalista). Questi incontri erano stati verbalizzati nel 1979, ma non si era data loro grande importanza. Ricordiamoci che il primo bonifico che partì dalla banca svizzera di Licio Gelli ai NAR per pagare la strage di Bologna fu nel febbraio 1979, un mese prima dell’omicidio Pecorelli. É quindi possibile che lui avesse scoperto qualcosa sulle stragi in programma, anche quella che hanno poi eseguito l’anno successivo, nell’agosto del 1980. Ho trovato anche una bozza di copertina di un numero di OP, che poi non è mai stato pubblicato, con il titolo centrale che recitava “La strage continua” … da qui il titolo del mio libro da cui ha poi avuto seguito il podcast.

Ma chi era veramente Mino Pecorelli? Raffaella Fanelli ce lo racconterà nella prossima puntata …

 

Info: Podcast disponibile nella sezione Premium Extra de Il Fatto Quotidiano, sull’App Emons e sulle principali piattaforme.

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