In un momento storico in cui il Medio Oriente è ancora attraversato da profondi conflitti, tensioni religiose, crisi umanitarie e drammi migratori, ci sono luoghi e iniziative che scelgono consapevolmente di costruire ponti anziché innalzare muri.
Mentre le notizie di guerra e violenza riempiono le cronache, c’è chi lavora per promuovere il dialogo, la comprensione reciproca e la bellezza di culture diverse che si incontrano nel rispetto e nell’ascolto.
È il caso del Festival dedicato alla lingua e alla cultura araba organizzato a Milano dall’Università Cattolica del Sacro Cuore: un’occasione preziosa per scoprire come arte, musica e poesia possano diventare strumenti di pace e armonia, anche nei momenti più difficili.
Yasmin Hassoun, giovane studentessa della Cattolica, ha raccolto le voci, i suoni e le emozioni di questo incontro, raccontando come, anche nei momenti più difficili, la cultura sappia essere voce di pace.
Un contesto forse inaspettato per un festival dedicato alla lingua e alla cultura araba, eppure è proprio nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano che si è tenuta l’VIII edizione del Festival Internazionale della Lingua e della Cultura Araba, organizzato dal professore Wael Farouq, direttore dell’Arabic Cultural Institute dell’Ateneo.
Dal 14 al 17 maggio, si sono susseguiti diversi incontri nella suggestiva cripta dell’aula magna, durante i quali si è discusso di molti temi: la poesia araba della diaspora, la ricezione della lingua araba, il suo insegnamento agli occidentali e le sfide poste dal confronto con l’Occidente.

L’evento si è aperto con la lettura di toccanti poesie arabe sull’esilio e sulla migrazione. Alternandosi nella lettura, il professor Wael Farouq e Simone Sibilio, professore associato presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, hanno recitato le poesie in lingua araba e nella loro traduzione italiana. L’effetto è stato quasi mistico – grazie all’accompagnamento delle note struggenti dell’oud di Hani Gergi – e al tempo stesso surreale, per la scelta della location: l’interno di una cripta cattolica dominata da un imponente crocifisso.
Le poesie lette hanno dato voce al disagio e al disorientamento provato dagli emigrati arabi, sospesi tra la nostalgia di casa e la totale mancanza di un punto di riferimento, incapaci di riconoscersi pienamente nella propria cultura d’origine e neppure in quella adottiva. A toccare il cuore sono soprattutto i versi sui profughi, costretti all’emigrazione: scappati da guerre e distruzioni, si ritrovano con un’identità non solo smarrita, ma profondamente devastata.
“Gli abitanti delle città sono in realtà dei profughi
Ed io, uomo comune fra uomini comuni,
Mi assassinano tutte le lingue.
La mia lingua mi riporta a me stesso…
… Non so più, quando muovo due passi su una strada,
quale paese mi accolga:
tutti i paesi son cosa astratta ormai.”
(un estratto della poesia I profughi di Walid Alaeddin)
Il coro degli studenti di lingua araba dell’Università, diretto da Hani Gergi, si è esibito nella splendida aula magna, progettata inizialmente dal Bramante come refettorio dei monaci benedettini e decorata con un affresco rappresentante le Nozze di Cana.
Musiche tradizionali andaluse hanno lasciato spazio a canzoni di preghiera musulmane e cristiane, fino a brani della cultura popolare araba. Ad aprire la serata è stata Oumn, della celebre cantante libanese Fairouz. L’intensità dell’esecuzione, la bellezza della sala e la qualità dell’acustica hanno trasformato il concerto in un’esperienza quasi sacrale.
Questo evento, oltre ad aver riunito la numerosa comunità araba milanese, ha rappresentato un autentico ponte culturale tra la tradizione europea-cristiana e quella arabo-islamica. Il festival ha permesso agli studenti della Cattolica e a tutti i presenti di immergersi totalmente in una cultura diversa, apprezzandone la ricchezza e e le sfumature, oltre ogni pregiudizio.






















