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A Gaza: dentro, sotto e fuori

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Wael al-Dahdouh

Anche ieri mattina, Wael al-Dahdouh ha indossato il suo giubbotto antiproiettili, con la grande scritta Press stampata sul fronte e sul retro, ed è uscito per le strade di Gaza insieme ai suoi colleghi. È stanco e stremato, ma non può fermarsi, ogni secondo è prezioso.

Il 7 ottobre scorso, il braccio armato di Hamas ha attaccato a sorpresa Israele uccidendo selvaggiamente oltre 1400 civili e militari. In risposta, Israele ha dichiarato lo stato di guerra, iniziando a bombardare incessantemente Gaza, in attesa di preparare un attacco via terra. Le forniture di cibo, acqua, carburante ed energia elettrica sono state interrotte con conseguenze devastanti per la popolazione. Wael vuole continuare a documentare quello che sta accadendo dentro la Striscia. Domani è un altro giorno e non sa se potrà ancora farlo.  Wael al-Dahdouh è il capo dell’ufficio di Gaza della testata Al Jazeera.

Il 7 ottobre scorso, Yocheved Lifshitz, una donna israeliana di 85 anni del kibbutz di Nir Oz al confine con la Striscia di Gaza, viene attaccata e percossa con dei bastoni, fino al punto da non riuscire più a respirare. Pochi attimi dopo, viene trascinata con forza su una moto e portata lontano dalla sua casa, in un mondo sotterraneo fatto di tunnel e cunicoli. È lì che si ritrova insieme al marito e ad altre persone, ferite ed impaurite come lei. Sono in un luogo umido e inquietante, una “ragnatela” di percorsi scavati sotto il suolo, un vero e proprio labirinto. Le tolgono l’orologio e i suoi gioielli e la fanno camminare insieme agli altri. Le sue scarpe affondano nel terreno bagnato, i suoi passi incerti si muovono senza una meta precisa, anche se alla fine scoprirà che quella meta è ben definita e fa parte di un piano orchestrato con la massima precisione.

Torniamo di nuovo in superficie. I colleghi lo chiamano “la voce dei palestinesi a Gaza”, perché Wael, insieme al suo team, sono lì, dentro quel piccolo pezzo di terra che da settimane viene bombardato da Israele. Sono tra i pochissimi giornalisti presenti nel territorio, gli altri sono fuori da Gaza. Gli altri non vedono con i propri occhi ciò che sta accadendo; non sentono da vicino il rumore delle bombe e il silenzio della paura. Gli altri giornalisti internazionali lo percepiscono solo attraverso il lavoro di Wael e dei pochi colleghi lì presenti, attraverso video postati sui social che devono poi verificare, attraverso messaggi Whatsapp o telefonate di chi è “dentro”. Perché chi è dentro non può uscire e chi è fuori non può entrare.

La moglie, i due figli e il nipote di Wael si sono rifugiati a sud della Striscia, nei pressi del campo profughi Al-Nuseirat. È a sud che il governo di Israele ha chiesto ai civili di dirigersi per mettersi al sicuro prima dell’imminente attacco via terra.

E sotto quella terra colpita dalle bombe, Yocheved viene accompagnata dai miliziani di Hamas. È stremata quando raggiunge finalmente una grande stanza. Di Hamas ne ha sempre sentito parlare, da quando nel 2007 il gruppo armato ha preso il controllo della Striscia di Gaza. Yocheved abitava proprio al confine. Il governo di Israele aveva fatto costruire una fitta recinzione proprio per isolare Gaza e proteggere il suo Paese dai “terroristi”, così venivano chiamati.
Oggi, questa donna di 85 anni è insieme a quei terroristi. L’hanno spaventata, colpita, catturata, ma l’hanno lasciata vivere perché forse di lei, come di tutte le persone che sono lì con lei in quell'”inferno”, Hamas ha bisogno. Yocheved è diventata un ostaggio. Lei è uno dei 239 ostaggi che Israele e la comunità internazionale rivogliono indietro.

Sempre in superficie, sotto il sole, Wael si muove tra la gente, cammina tra le macerie, attraversa le sale distrutte di un ospedale, registra le urla strazianti di chi ha perso un proprio caro o di chi è ferito e non sa cosa fare con il suo dolore e la sua impotenza. Ieri, mentre attraversava l’inferno, è successo qualcosa di ancora più terribile che cambierà la sua vita per sempre: mentre era in diretta, il suo collega si è avvicinato e gli ha sussurrato che sua moglie, i suoi due figli e suo nipote erano stati uccisi. Non è stato possibile confermare in modo indipendente i dettagli dell’attacco e l’esercito israeliano non ha replicato immediatamente alla richiesta di commento.

Lo shock è immediato: mentre lui  documentava gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza e Yocheved era sotto terra, che combatteva contro la paura, le persone che Wael più amava in assoluto e che pensava fossero al sicuro – la sua famiglia – venivano uccise. “Qual è il senso di tutto questo?”, si sarà forse domandato.

L’aspetto sanitario sembra essere un elemento di grande importanza per Hamas. Ogni due o tre giorni viene un medico a controllare lo stato di salute di Yocheved e degli altri ostaggi. Nella sua camera sono in 25. Da quando sono arrivati, hanno ricevuto farmaci, prodotti per lavarsi e per l’igiene femminile. Dormono su materassi appoggiati sul pavimento e mangiano una sola volta al giorno, lo stesso cibo dei loro sequestratori: cetrioli, pane pita e formaggio.

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Yocheved Lifshitz

Il 23 ottobre, è una giorno speciale per Yocheved Lifshitz. Sente che qualcosa di importante sta accadendo. Sente che c’è speranza. Mentre lei si trova ancora sotto terra con il marito e gli altri ostaggi, il governo israeliano inizia una difficile negoziazione con Hamas. A dare supporto per raggiungere un accordo c’è l’Egitto e il Qatar: i miliziani di Hamas decidono di liberare due ostaggi in cambio di carburante.

Il 25 ottobre, è il giorno più difficile della vita di Wael. Quel pomeriggio, non può far altro che piangere. È dentro un’automobile, incredulo, lo sguardo perso, le lacrime scendono incessanti mentre un collega lo filma e un altro, alla guida, cerca di consolarlo. Poi, in serata, si reca all’ospedale dei martiri di Al Aqsa a Deir al-Balah per identificare i corpi. Viene filmato mentre si adagia su quello del figlio adolescente, gli accarezza il viso e continua a dire: “questo è mio figlio”. Poi lo si vede camminare tra le macerie, con in braccio il cadavere della figlia più piccola. E questa mattina, chiudeva gli occhi mentre pronunciava la preghiera funebre davanti ai suoi cari, avvolti in un telo bianco e adagiati sul pavimento.

“Nessuno è al sicuro a Gaza ha poi detto in un’intervista rilasciata ad una collega di Al Jazeera (le immagini di questa intervista potrebbero urtare la vostra sensibilità). E un giorno dopo aver perso la sua famiglia, Weal ha ripreso il microfono in mano e ha continuato a documentare.

Yocheved è chiusa in quella stanza da ormai 17 giorni e ogni giorno sembra identico all’altro. Sente che sta per perdere il senso del tempo. A riportarla alla realtà è uno dei suoi sequestratori, che entra nella stanza e le dice di prepararsi. Lo dice anche a Nurit Cooper, un’altra donna di 79 anni, che è un ostaggio come lei.

Le due donne vengono portate in superficie. Forse l'”inferno” sta per finire. Raggiungono uno spazio dove c’è la luce naturale a cui i loro occhi si devono riabituare. Sentono l’aria sulle guance, sentono di essere fortunate. Non lontano, Yocheved vede degli operatori della Croce Rossa che le stanno aspettando nervosi. La tensione è alta. Yocheved si incammina verso di loro, verso la libertà. Poi si ferma, ci ripensa. Ritorna indietro e raggiunge il suo sequestratore. Gli prende la mano, gliela stringe forte e gli dice “Shalom”, pace. Un secondo dopo, Yocheved riprende il suo cammino verso la liberà.

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