
Letizia ha sempre dedicato un’attenzione particolare alle donne, senza mai forse domandarsi il perché. Le aiuta quando c’è una necessità, fa networking per creare nuovi contatti a sostegno di chi tende ad isolarsi, partecipa attivamente a incontri e chat, come quella del gruppo WhatsApp IWUSA – Italian Women in USA. In queste piattaforme le donne si uniscono, condividendo esperienze, dubbi, gioie e dolori in un’atmosfera di totale solidarietà.
Letizia ce l’aveva nel sangue già da giovanissima, quando dedicò la sua tesi di laurea alle comunità straniere di Trieste, dove è nata e cresciuta, concentrandosi sulle donne provenienti da Paesi ad alta incidenza di mutilazioni genitali femminili (MGF). Nel tempo, questo impegno è diventato anche il fulcro della sua carriera: Letizia Montecalvo lavora da anni per le Nazioni Unite e oggi coordina, presso l’UNFPA a New York, la mobilizzazione di risorse e partnership del programma congiunto UNFPA–UNICEF per l’eliminazione delle MGF.
Negli ultimi mesi si è dedicata alla preparazione di una conferenza dal tema innovativo: il ruolo dell’intelligenza artificiale (IA in italiano, AI in inglese NdR) nella prevenzione delle mutilazioni genitali.
Il 4 dicembre mattina, la Conference Room 9 del Palazzo di Vetro, sede delle Nazioni Unite a New York, si riempie di esperti e diplomatici in attesa di prendere la parola all’evento “Smart Solutions for a Safer Future: Using AI to End FGM”.

La conferenza mette in luce anche un dato spesso dimenticato: la rilevanza del fenomeno delle MGF nel Mediterraneo e in Medio Oriente. La regione MENA conta circa 50 milioni di donne e ragazze colpite, quasi un quarto del totale globale (stima 2024). In Egitto la prevalenza tra i 15 e 49 anni sfiora l’87%, benché tra le più giovani si osservino segnali di miglioramento. Molti Paesi hanno introdotto leggi contro la pratica, e in Egitto è vietato anche agli operatori sanitari effettuare MGF. Programmi congiunti gestiti da UNFPA in collaborazione con organizzazioni locali stanno inoltre sviluppando iniziative educative e opportunità professionali alternative a chi praticava le MGF (“traditional cutters”).
L’arrivo e la presenza di comunità migranti provenienti da Paesi a prevalenza MGF ha contribuito a portare la pratica anche in Europa. In Italia ci sono decine di migliaia di donne adulte che hanno subito MGF e diverse migliaia di bambine a rischio; in Francia circa 125.000 donne e bambine sono colpite; in Spagna tra 3.400 e 6.000 bambine sono a rischio (DORA, EIGE, EndFGM EU).
“Oggi, 230 milioni di donne e ragazze vivono con le conseguenze della mutilazione genitale femminile”, apre con un richiamo netto Diene Keita, direttrice esecutiva dell’UNFPA. “Al ritmo attuale, altre 27 milioni di ragazze potrebbero essere sottoposte a MGF entro il 2030. Il nostro obiettivo è zero”. Secondo la direttrice, le tecnologie digitali e l’IA possono accelerare la prevenzione, il supporto e i sistemi di allerta precoce, purché utilizzate in modo etico ed equo, “con un approccio che non lasci indietro le più vulnerabili. La tecnologia è disegnata, infatti, per proteggere le ragazze”. Keita ritiene necessario incrementare i finanziamenti: “Servono 2,4 miliardi di dollari per eliminare le MGF in 31 Paesi prioritari entro il 2030”.
La conferenza si anima con gli interventi dei relatori, che mostrano come la tecnologia abbia un impatto concreto: modelli predittivi per individuare aree a rischio, app mobili per migliorare il monitoraggio nelle zone rurali e transfrontaliere e sistemi di referral che collegano vittime e servizi. Tutti concordano: l’IA è utile per amplificare strumenti già esistenti, ma funziona solo se accompagnata da governance solida, protezione dei dati e partecipazione delle comunità locali, oltre che da finanziamenti stabili.
Per Godwin Akpan, consulente senior Data Analytics UNFPA, la pratica delle mutilazioni genitali è una tendenza globale in evoluzione, soprattutto a causa dell’aumento delle migrazioni e dell’utilizzo crescente dei social media. Modelli predittivi su dati aperti possono identificare aree a rischio e guidare interventi mirati; la tecnologia aumenta la precisione dell’azione pubblica.
“Le applicazioni mobili stanno migliorando il monitoraggio nelle aree rurali e transfrontaliere, dove la pratica è spesso più diffusa”, afferma Sakarias Eriksson, Data Digital and Innovation FAO. Per lui, la sfida non sta nella tecnologia, ma nella governance e nell’inclusione.
Marco Camisani-Calzolari, esperto di IA, etica e cybersecurity, si interroga su che tipo di società digitale vogliamo costruire: una in cui l’IA diventa uno strumento di controllo sui corpi delle donne, oppure una in cui ogni nuova riga di codice rispetta una regola fondamentale? Dovviamo ricordarci che l’IA non è neutrale e conta ciò che decidiamo di otimizzare nei nostri algoritmi: “Ogni scelta tecnica è anche una scelta etica e se ottimizziamo solo attenzione e profitto, la violenza di genere troverà sempre spazio”. Servono standard e supervisione umana per evitare effetti collaterali indesiderati.
Anusha Dandapani, responsabile Data and AI Hub UNICC, pone l’attenzione sull’accesso equo all’IA, sulla cooperazione tra le agenzie per la condivisione di informazioni e sulla sicurezza digitale: “Strumenti di protezione male tarati possono esporre chi cercano di salvaguardare”.
Per Zinnya del Villar, Direttrice Data Tech and Innovation presso Data-Pop Alliance, è prioritario il ruolo dell’etica: “Devono essere raccolti solo i dati strettamente necessari. E gli stessi hanno valore se interpretati e validati dalle comunità locali”.
Ursula Wynhoven, Direttrice e rappresentante dell’ITU presso le Nazioni Unite nella sede di New York, sottolinea quanto il divario digitale di genere sia un ostacolo significativo: “2,2 miliardi di persone non fanno parte della rivoluzione di internet e dell’IA. C’è ancora molto da fare per non lasciare indietro nessuno”.
Alla domanda “Perché questa conferenza?”, Letizia Montecalvo non esita a rispondere: “Ho deciso di promuovere questo progetto per riflettere sulla pratica, sensibilizzare stakeholder e rafforzare il dialogo su diritti, salute e protezione. Oggigiorno, si parla moltissimo di IA. Ho pensato che sarebbe stato interessante discuterne anche per dare visibilità al nostro programma, che sostiene donne e ragazze in 18 Paesi in Africa, Asia e Medio Oriente. L’intento era anche quello di esplorare nuove partnership non solo con governi, ma anche con associazioni e con il settore privato”.
E perché una tesi così premonitrice? “Volevo capire come tradizioni profonde — spesso legate a identità, cultura e norme sociali — si riconfigurassero nel contesto migratorio: quali significati assumessero le MGF nelle comunità in transito, come venissero trasmesse, e come le persone vivessero il contrasto tra tradizione e nuove realtà. Ho condotto interviste, cercando di cogliere non solo dati oggettivi ma anche storie e percezioni”.
Letizia ha poi realizzato un assessment presso il personale medico del Burlo Garofolo di Trieste — un centro di eccellenza pediatrica — per verificare il livello di informazione sulle MGF e la preparazione a gestire donne partorienti con MGF. “Questo lavoro ha avuto un impatto concreto — spiega — ha portato alla creazione di un corso specifico per il personale di ginecologia e di un modulo formativo presso l’Università di Trieste”.

L’impegno di Letizia per questa causa si è consolidato grazie alle sue esperienze dirette sul campo nelle varie sedi ONU, dalla Palestina all’Iran, dal Senegal agli Stati Uniti. È a Dakar che ha incontrato donne che avevano subito MGF: “La loro forza e la determinazione a cambiare per le generazioni future mi hanno profondamente impressionata”. Per Letizia, le MGF sono una questione di diritti umani: “Impattano salute, dignità, libertà di scelta e opportunità economiche”. Per questo ritiene essenziali consapevolezza, prevenzione, supporto, advocacy e partenariati.
Guardando al futuro, Montecalvo è fiduciosa che il lavoro di sensibilizzazione, educazione e cooperazione internazionale possa contribuire a un cambiamento culturale profondo. “Credo che la combinazione di leggi, programmi di prevenzione, empowerment femminile, coinvolgimento delle comunità e formazione — anche del personale medico — possa ridurre la pratica delle MGF, fino a eliminarla in modo sostenibile entro il 2030”.
L’intelligenza artificiale, se usata con responsabilità e rispetto dei diritti, può diventare un catalizzatore: permettere analisi più rapide, mappare aree a rischio, monitorare programmi di prevenzione e ampliare la sensibilizzazione. “La tecnologia deve essere uno strumento al servizio della dignità e della protezione delle ragazze” ricorda Letizia. “Solo così i dati potranno trasformarsi in azioni concrete per garantire un futuro libero dalle mutilazioni genitali.”





















