Iran: la voce dell’esilio tra il rumore di droni e bombe

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Tehran. Ph. Sajad Nori -Unsplash

 

“Se uccidono te, muoio anch’io con te. Vai via. Fuori dall’Iran puoi essere utile. Qui no”. Sono le parole di una madre. A ricordarle è Taher Djafarizad, esule politico da quasi quarantasei anni, intervenuto in una recente audizione sui diritti umani presieduta dall’onorevole Laura Boldrini presso la Camera dei Deputati. L’audizione fa parte di un’indagine conoscitiva sull’impegno dell’Italia nella promozione e tutela dei diritti umani nel mondo.

Dopo la Rivoluzione del 1979, quando il potere passò ai mullah guidati dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini, sua madre gliele sussurrò all’orecchio. “Quelle parole ancora oggi mi spezzano il cuore”, afferma. Ma Taher Djafarizad le ha ascoltate: è partito e da allora vive in Italia.

“Un giorno – ricorda – ricevetti una telefonata dall’Iran. Mi dissero che avevano arrestato mia madre. Il messaggio era chiaro: volevano me in cambio“. Taher riuscì a parlare con lei al telefono dal carcere: “Mamma, ti faccio una domanda semplice: se tu mi chiedi di tornare, oggi stesso prendo l’aereo e stasera sono lì con te. Dimmi cosa vuoi.”
La sua risposta fu netta: “Io sono vecchia, ma tu sei giovane. Puoi fare tanto, per le donne e per gli altri. Qui ti uccideranno. E se muori tu, morirò anch’io con te. Se vieni in Iran, non ti perdonerò mai”.
Sua madre è morta alcuni anni dopo, senza che lui potesse rivederla. Djafarizad non è mai tornato in Iran. Ma dice che ogni volta che parla delle donne iraniane sente ancora la sua voce e la promessa che le ha fatto.

Alla luce dei recenti attacchi militari contro l’Iran condotti da Stati Uniti e Israele nell’ambito dell’operazione “Furia Epica” per gli americani e “Ruggito del Leone” per gli israeliani, questo intervento assume il valore di una testimonianza che va oltre il racconto personale.
Le immagini delle operazioni militari di questi giorni sul territorio iraniano, che hanno riportato il Medio Oriente nel caos, sembrano confermare una dinamica ormai tragicamente familiare: l’Iran torna sulle prime pagine soprattutto quando esplodono le guerre.
Eppure, dietro la geopolitica, i droni, le bombe e le strategie militari, esiste anche un’altra storia, più fragile, ma decisiva: quella del popolo iraniano, oggi presente solo in qualche raro video e reportage.

Djafarizad apre il suo intervento con una poesia. Non è un gesto rituale. “In Iran, quando inizia un dibattito o una cerimonia, apriamo sempre con dei versi. È un modo per ricordare che la cultura precede il potere e la bellezza sopravvive alla tirannia”.
I versi dedicati alla donna — “Per tutte le violenze consumate su di lei….Per le ali che le avete tagliato, … in piedi, Signori, davanti ad una Donna” — diventano la chiave di lettura del suo discorso: il controllo del corpo femminile come origine del controllo politico.
Djafarizad ricorda un dato spesso dimenticato: “Nel 1979, oltre il 95% delle iraniane non portava il velo. Le donne lavoravano, studiavano, partecipavano alla vita pubblica. Erano medici, insegnanti, parlamentari, artiste”. L’obbligo dell’hijab non nasce come tradizione culturale, ma come strumento politico. “Per imporre le loro regole – aggiunge – hanno usato la paura. Hanno trasformato una rivoluzione che prometteva libertà in un sistema di controllo capillare”.

E da allora, la vita di Taher è stata segnata dall’esilio, condizione condivisa oggi da oltre otto milioni di iraniani emigrati all’estero, molti dei quali altamente qualificati. “Il mio esilio non è una sconfitta, ma una testimonianza del fatto che la libertà ha un prezzo, ma anche un valore inestimabile“, spiega.

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Ph. Jeff Kingma – Unsplash

Nel suo intervento, Djafarizad affronta anche il tema della credibilità, che nasce dal consenso autentico, dalla partecipazione libera, dalla fiducia nelle istituzioni. “Quando la partecipazione diventa rituale, organizzata dall’alto, non è più partecipazione: è coreografia politica”. Un’osservazione che oggi risuona con forza, mentre il Paese attraversa tensioni interne profonde, segnate da inflazione, isolamento internazionale e repressioni violente delle proteste, fino all’attacco militare dei giorni scorsi condotto da Stati Uniti e Israele.

Per Djafarizad “Un regime può controllare i media. Può reprimere le proteste e limitare internet. Ma non può obbligare un intero popolo a credere”. Il riferimento inevitabile è al movimento nato dopo la morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale per una presunta violazione del codice sull’hijab. Da quel momento lo slogan “Donna, Vita, Libertà” è diventato il simbolo di una generazione che chiede un cambiamento profondo.

Le proteste sono il risultato di decenni di frustrazione accumulata: inflazione fuori controllo, moneta svalutata, disoccupazione giovanile altissima, corruzione sistemica, repressione politica, emigrazione di iraniani.

Djafarizad insiste su una distinzione che considera fondamentale: “L’Iran non è il regime che lo governa. L’Iran è il suo popolo”. Una frase che invita a distinguere tra la politica di uno Stato e la società che vive al suo interno. Ed è forse proprio questo il senso più profondo del suo intervento: ricordare che dietro alle analisi geopolitiche, alle tensioni internazionali e alla guerra, esiste il popolo iraniano, che continua a chiedere libertà.

“E questa volta – afferma con determinazione Taher – la comunità internazionale non può più fingere di non vedere: l’Iran può tornare ad essere terra di libertà, ma per farlo ha bisogno che il mondo non chiuda gli occhi“.

Intervento pronunciato durante l’audizione alla Camera dei Deputati, 25 febbraio 2026

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