DoveStiamoAndando? A realizzare che la bellezza sta negli occhi di chi guarda

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Luciano Bonetti

Su cosa sia il Bello ai giorni nostri parlano Luca Carotenuto, medico estetico, e Francesco Rovtar, consulente informatico;  tra le conclusioni, offre le sue riflessioni il pittore Luciano Bonetti.

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VARESE – “Se chiedete a un rospo di definire la bellezza, vi risponderà che è la sua femmina, con quegli occhioni sporgenti dalla minuscola testa, il ventre giallo e il dorso bruno”, scrive Voltaire nel suo Dizionario Filosofico alla voce Bello, riflette Luciano Bonetti, un pittore le cui opere testimoniano una costante irrequieta inquieta ricerca del bello.

Come dire che la bellezza sta negli occhi di chi guarda?
È profondamente vero. Per questo considero l’educazione all’arte una componente importantissima nel formare le nuove generazioni, per la crescita di una società libera, matura. Delegare la bellezza a contenuti omologati o canoni estetici definiti, mortifica la capacità degli individui di esprimere la propria unicità.

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Opera di Luciano Bonetti

Il gusto, secondo te, varia tanto nel tempo proprio perché il concetto di Bello è così soggettivo?
Si modifica parallelamente all’evoluzione della società, della tecnologia, dei valori e delle persone, attraversa e assorbe cambiamenti a loro volta legati a una serie di motivi storici, culturali, psicologici, sociali.

Cioè?
Ogni epoca ha punti di riferimento diversi. Ad esempio l’estetica rinascimentale (simmetria, proporzione) rifletteva un ideale di ordine e di perfezione; quella barocca (movimento, eccesso) rispecchiava un mondo più complesso e drammatico. Una persona in sovrappeso in una società opulenta è considerata brutta; in un contesto di povertà, bellissima.
Poi ci sono l’influenza sociale e psicologica della moda, l’imitazione delle élite anch’esse variabili nel tempo, la continua voglia di novità. Le persone generalmente si annoiano di ciò che diventa familiare. E le mode creano anche cicli estetici, ciò che una volta era bello prima o poi diventa inevitabilmente fuori moda, e successivamente magari ritorna (vedi il successo del vintage, o dei vari revival degli anni ’70, ’90 etc). Dobbiamo infine tenere presente che differenti materiali e tecniche disponibili influenzano ciò che è possibile creare e apprezzare.

Il tutto in un quadro di valori in continua evoluzione
Ogni generazione tende a rompere con la precedente, con punti di riferimento prima considerati importanti – una volta l’oro e l’eccessivo comunicavano potere, oggi significano più che altro cattivo gusto. Esemplare il caso delle pellicce, tempo fa conferma di eleganza, oggi scelte più che altro da nuovi ricchi di provincia.

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Opera di Luciano Bonetti

In questo quadro come si colloca l’arte?
Diventa sfida continua al passato. Può rifiutare la bellezza convenzionale del proprio tempo per esprimere altro: artisti quali Gauguin, Van Gogh o lo stesso Picasso sono stati compresi molto dopo la loro scomparsa, perché il loro concetto di bellezza non apparteneva alla propria epoca.

Nei balzi in avanti, da sempre si è rivelata determinante anche la fusione di vari elementi, il crogiuolo di idee, materiali, gestualità si dimostra fertile in ogni occasione.
L’arte moderna, che ha metabolizzato e rivisitato trasformazioni plurisecolari, oggi propone l’astratto, veicola sensazioni attraverso il suggerimento, l’immagine, la visione. Può anche testimoniare proteste sociali, emozioni grezze, esigenze di inclusività.

Ma in tempi come i nostri, dove tutto sembra – sembra! – possibile, è particolarmente difficile creare qualcosa di obiettivamente nuovo, e secondo me questa è la ragione per cui spesso si preferisce generare stupore. Sovente identifichiamo il bello con un insieme di immagini derivate da comportamenti comuni. Videogiochi, Manga e Supereroi vari propongono un’arte che si ripopola di fumetti o gestualità sovente mutuati dalla Pop art, dove non c’è però il contesto di novità che proprio la Pop art aveva rappresentato verso la metà degli anni ’50.
Personalmente, credo che il bello sia qualunque cosa possa suscitare un’emozione, un pensiero, un ricordo, anche una riflessione.

Ti definisci un artista figurativo o astratto?
Non lo so, mi è sempre difficile collocarmi in una categoria. I miei quadri possono apparire astratti, ma sono in realtà ben radicati nella società, rappresentano un luogo, una città, e contemporaneamente un sentimento, un pensiero.

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