Dibattito mancato: quando “La verità sul conflitto israelo-palestinese” non è la verità

New York Times Gaza Strip 2024

Si può utilizzare la parola “dibattito” senza prevedere un contraddittorio per appurare la verità?

È accaduto a Milano, il 6 giugno, nella prestigiosa cornice del Teatro Franco Parenti. Doveva essere una conferenza democratica su un tema molto caldo: “La verità sul conflitto israelo-palestinese“. Doveva esserlo, ma invece di un confronto aperto e pluralista, ciò a cui ho assistito è stato un semplice racconto sordo e cieco, un puro esercizio di propaganda sionista. Tre oratori hanno trasformato un’occasione di dialogo in un monologo unilaterale, spegnendo ogni possibilità di confronto reale.

Con la pretesa di raccontarci “La verità sul conflitto israelo-palestinese”, la conferenza organizzata da Andrée Ruth Shammah e dal Comitato Setteottobre, dà spazio agli interventi di Eylon Levy, ex portavoce del governo israeliano, Rawan Osman, fondatrice di Arabs Ask e Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch, definiti dagli organizzatori dell’evento “combattenti che lottano per confutare l’enorme quantità di bugie che in questi mesi hanno descritto la guerra”.

Dopo il controllo dei documenti e la spunta su un elenco di nomi per confermare l’identità dei presenti, riusciamo ad entrare. La sala è al completo quando le luci si abbassano e Andrée Ruth Shammah guadagna il palcoscenico per introdurre la serata: “Il Parenti è aperto a tutti – tiene subito a sottolineare – anche a chi fosse critico verso Israele, purché vengano portate idee e non provocazioni”. Un ottimo incipit, senza dubbio, peccato però che alla fine del programma nessuno abbia potuto dire una sola parola.

Gli interventi successivi, tutti in lingua inglese, tradotti molto approssimativamente dall’intelligenza artificiale, sono proiettati in forma di sottotitoli su un grande schermo alle spalle degli oratori. Il primo contributo è quello di Hillel Neuer, che subito parla dei 1200 innocenti barbaramente uccisi da Hamas e di come molti leader mondiali tra i quali Joe Biden e Rashi Sunak si siano subito schierati dalla parte di Israele. Altri come il Segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, hanno condannato l’accaduto, ma senza quello slancio pro Israele che ci si sarebbe aspettati. Di più, Guterres ha avuto il coraggio di dire che niente accade senza che ci siano delle ragioni pregresse: quale oltraggio.

Neuer incalza affermando che quello che dovremmo chiederci è quali scuole abbiano frequentato i 3mila terroristi che hanno invaso Israele il 7 ottobre scorso, perché è proprio da lì che bisogna partire. Ed eccola la risposta tanto attesa: il 90% di queste persone ha frequentato le scuole gestite da UNRWA. Un assist perfetto per iniziare un monologo contro l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, tacciata di coprire i terroristi di Hamas e di aver indottrinato per decenni gli studenti delle Università, grazie ai soldi che proprio l’Occidente continua a donare loro. Quegli stessi soldi che – prosegue Neuer – i palestinesi avrebbero potuto usare per costruire infrastrutture, per fare di quella striscia di terra una nuova Dubai, e che invece il popolo seguace di Hamas ha scelto di utilizzare per scavare tunnel sotterranei attraverso i quali tessere le trame per la distruzione dello Stato di Israele e di tutti gli ebrei. Gli ospedali, le moschee, le scuole, le università che sono state bombardate in tutti questi mesi, evidentemente, agli occhi del direttore di UN Watch, non contano nulla.

Non viene fatto nemmeno alcun accenno al desiderio di Israele di avere un accesso al mare e alla spiaggia di Gaza, nessun commento sulla pressione effettuata dai coloni israeliani in tal senso, come più volte affermato dalla loro portavoce, Daniella Weiss, nei suoi deliranti video. Nemmeno una parola sugli enormi giacimenti di gas scoperti al largo della Striscia, niente.
Ma visto che le invettive contro l’UNRWA non sembrano sufficienti a screditare chi non appoggia tout court lo Stato ebraico, ecco che Neuer punta di nuovo il suo indice accusatorio. E questa volta il suo bersaglio è Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi dal 2022, rea di aver documentato la puntuale e continua distruzione perpetrata da Israele a danno dei suoi vicini di casa. Nei successivi dieci minuti Albanese viene criticata, derisa, accusata e infamata senza alcuna possibilità di controbattere – non essendo stata invitata a partecipare a un democratico e civile confronto – con il solo intento di azzerare la sua credibilità.

Segue l’intervento di Rawan Osman: un concentrato di luoghi comuni e banalità che la relatrice ha avuto la necessità di leggere dal monitor del suo computer, quasi ci fosse bisogno di una traccia scritta per ripercorrere la propria vita. Attivista per la pace tra gli arabi mediorientali e gli israeliani, da piccola le hanno insegnato che odiare gli ebrei è cosa buona e giusta. Solo dopo, quando si è trasferita in Europa, è riuscita a maturare una visione del “nemico” diversa da quella che le era stata inculcata in Medio Oriente.
Davanti al pubblico del Parenti però, la determinata paladina del democratico Stato ebraico, si dimentica di menzionare le atrocità che quotidianamente vediamo accadere in Palestina. Osman non lancia alcun appello perché le parti instaurino un dialogo, unica soluzione pacifica per mettere fine a questo annoso e sanguinoso conflitto. Lei preferisce – invece – dipingere il mondo arabo come succube di una narrazione di parte, senza rendersi conto di come posizioni simili stiano portando in Occidente un crescente sentimento islamofobo che, a differenza dell’antisemitismo, non sembra smuovere l’indignazione né la coscienza di nessuno.

Montaz Azaiza Instagram.gaza 2024
Pagina Instagram di Motaz Azaiza, fotogiornalista di Gaza.

Veniamo ora all’ultimo ospite, Eylon Levy, scaricato dal governo israeliano per le falsità sugli aiuti umanitari a Gaza in risposta a un commento di Lord Cameron su X (e non per essere troppo di sinistra, come affermato da Shammah sul Corriere della Sera il 7 giugno 2024, nell’articolo “Dibattito sul Medio Oriente, ma il Franco Parenti è blindato“).
Anche di fronte alla platea milanese, Levy non si smentisce e infila una menzogna dopo l’altra, raccontando come a Gaza nessuno muoia di fame e di come il cibo arrivi in abbondanza grazie all’esercito migliore e più morale del mondo, un esercito super attento alla precisione delle sue operazioni militari e che limita al minimo i danni ai civili. Evidentemente, le immagini agghiaccianti dei coloni che calpestano le scatole di aiuti umanitari sotto gli occhi impassibili dei soldati, quelle dei bambini di Gaza ridotti pelle e ossa o dei civili colpiti dalle bombe israeliane, non sono arrivate all’ex portavoce del governo israeliano. Anche sul numero di morti Levy prende le distanze dai dati forniti da una “certa stampa” e, tiene a precisare, che “UN, Medici senza Frontiere, Save the Children, UE si sbagliano: i morti sono molti meno”. Quanti precisamente non lo sa. Sicuramente, però, molti meno.

Per due ore assistiamo all’apologia del massacro in corso in Palestina, ascoltando una sola voce volta a eliminare ogni possibile dubbio nei presenti rispetto alla giustezza di una guerra che va portata a termine. Certo, la guerra è un affare orribile, certo in guerra muoiono anche gli innocenti, ma non c’è altra via, sono stati i palestinesi di Hamas a sceglierla, l’hanno fatto il 7 di ottobre del 2023 e noi non dobbiamo minimamente sentirci in colpa per il fatto che Israele sia ricorso al proprio sacrosanto diritto alla difesa.

Il pubblico tira un sospiro di sollievo, è vero, sono stati uccisi 15mila bambini, ma siamo pur sempre dalla parte del giusto. Lo stiamo facendo per proteggere la sola democrazia presente in Medio Oriente, anzi, è proprio quell’unica democrazia che sta facendo qualcosa per tutti noi, fermando l’avanzata del terrorismo islamico, per evitare che diventi una realtà anche in Europa. Guai a chiunque pronunci la parola apartheid per riferirsi alle condizioni di vita dei palestinesi che vivono nei territori occupati. Guai a dubitare della bontà del governo israeliano, che lotta anche per la libertà di tutti noi. Ma soprattutto guai a parlare di genocidio, quasi quella parola fosse a uso esclusivo del popolo ebraico per definire il proprio sterminio negli anni ’40 del secolo scorso.

Il problema sono dunque le parole e non i fatti atroci di cui siamo spettatori impotenti tutti i giorni da otto mesi. Il problema sono le parole e non il futuro di un popolo di cui sembra importare a ben pochi.

Target Gaza Instagram 2024
Pagina Instagram di Yousef Alhelou, giornalista

Ho sperato fino alla fine che il teatro, da sempre luogo di dialogo, interazione e contaminazione di pensieri diversi, diventasse un palcoscenico più equo, dove idee e identità differenti, come ha dichiarato Shammah all’inizio della serata, trovassero il modo di dialogare. Avrei voluto sentire anche le parole di chi, tra gli ebrei (israeliani e non), critica il governo Netanyahu, e assiste impotente nel vedere il proprio Paese impegnato in una guerra in cui non si riconosce e in cui non riconosce nemmeno i principi ebraici con i quali è cresciuto.

Il legittimo diritto alla difesa cui Israele si è giustamente appellato il giorno seguente all’attacco subìto, sta vacillando: troppi morti, troppi bambini, troppi civili, troppe ritorsioni, troppi danni, troppo grossi per essere considerati casuali e proporzionati. La retorica sionista scricchiola e lo fa in modo udibile a tutti. Come si può pensare che questo massacro possa essere dimenticato dal mondo e da chi lo sta subendo? Come si può chiedere a un popolo oppresso da decenni di non far ricorso allo stesso diritto di difendersi a cui ha fatto appello Israele? Come risponderà a queste persone stremate la comunità internazionale?

Eppure, invece di intavolare una discussione aperta a tutti per provare a ragionare collettivamente su questioni così delicate e importanti, i nostri speakers ci hanno sommerso con una potente e ben confezionata propaganda per farci credere che non solo Israele sta agendo nell’interesse dell’Occidente, ma che gli israeliani sono le sole vittime di una guerra che non hanno voluto, ma che certamente hanno intenzione di continuare a combattere e vincere, costi quel che costi.

Il rammarico e l’avvilimento che ancora provo pensando alla conferenza del 6 giugno, sono indirizzati agli organizzatori di questo evento, che hanno codardamente scelto di rappresentare una realtà parziale e faziosa, così fastidiosamente di parte da risultare quasi patetica.

Il pubblico del Parenti meritava di non essere trattato alla stregua degli “utili idioti” di cui una democrazia non dovrebbe aver bisogno per garantire la propria sopravvivenza. La verità, in queste due ore di imbonimento, non ha trovato alcuno spazio. Nessuno squarcio nel buio, nessun dubbio. Una sola campana, invece, quella della propaganda più sfrontata, senza “se” e senza “ma”.

A tutti quelli che hanno ottusamente applaudito, chiedo come facciano a dormire la notte, sapendo che da quando è iniziata la guerra circa sessanta bambini sono morti ogni giorno. Domando loro come possano giustificare il costante tentativo di Israele di controllare il proprio popolo attraverso la paura e la minaccia che un nuovo sterminio sia sempre in agguato. In questo modo “la sola democrazia del Medio Oriente” si prende cura del suo popolo, imprigionandolo nel proprio trauma, nei propri incubi e nelle proprie paure più profonde, senza permettergli di superarli per farne qualcosa di universale perché quello che è accaduto agli ebrei con la Shoah non debba mai più accadere. A nessuno.

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