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Lettera a George Floyd

Abdelmajid Daoudagh

Oggi, tutti sanno chi è George Floyd, l’uomo afro-americano ucciso da un agente della polizia di Minneapolis, negli Stati Uniti, il 25 maggio scorso, nel corso di un brutale arresto che ha scatenato indignazione e proteste in tutto il mondo.
Abdelmajid Daoudagh conosce bene le difficoltà di chi, nel Paese che considera “casa”, si sente diverso, o per il colore della sua pelle, o per le sue origini, la sua etnia. È nato in Marocco e vive in Italia dal 1988. Da allora è impegnato per i diritti degli immigrati. Colpito dalla notizia della tragica morte di George Floyd, ha deciso di scrivergli una lettera, che vuole essere un grido per non dimenticare.

Quali difficoltà hai dovuto affrontare come immigrato?
Quando un immigrato ha gli strumenti intellettuali – quindi una conoscenza ed una coscienza – l’immigrazione è in secondo piano: con questi strumenti si può avere un posto nella società in cui si vive. Quello che sta succedendo in America del Nord oggi è la dimostrazione del fallimento della società multiculturale; come pure è un fallimento anche la rivolta delle Banlieue in Francia. In Occidente, l’integrazione non è veramente voluta e le leggi che sono state emanate in questi anni alimentano le divisioni. Integrazione significa prima di tutto trovare lo spazio per la “libertà”. Ma se lo spazio è ristretto, bisogna trovare solo delle vie di fuga dal contesto sociale. È ciò che succede negli  Stati Uniti: le leggi sono restrittive, il campo di azione diventa stretto, la vita diventa difficile ed è quasi impossibile diventare un soggetto attivo nella società. In questo momento, io sono disoccupato. Sono stato licenziato mesi fa, dopo dieci anni di lavoro. Stranamente i licenziamenti hanno riguardato soltanto gli immigrati. Il mio sogno è che, almeno in Italia, gli immigrati finalmente si organizzino in autonomia e non deleghino più le loro lotte.

Perché hai deciso di scrivere questa lettera?
Era un modo per far sentire la mia voce. I minuti di agonia che ha vissuto George Floyd sono l’agonia che viviamo anche noi qui. Non dimentichiamo i ragazzi morti nei campi di lavoro a Castel Volturno, in provincia di Caserta, a Rosarno e a Brescia, dove un ragazzo marocchino è stato ucciso solo perché rivendicava il diritto ad essere pagato per il suo lavoro. La mia è una lettera di consolazione e di rabbia. Chi ha una coscienza non può rimanere indifferente. Quello che sta succedendo ora negli Stati Uniti non è la fine e non è mai stato l’inizio. Fino a quando la gente non avrà lavoro, perché è quello che ti dà dignità e libertà di pensiero, questi conflitti non cesseranno.

Ph. Alvaro Serrano – Unsplash

Chi speri che legga la tua lettera?
Spero che sia letta da tutti, anche da quelli che non la condividono. Che muova le coscienze.

Caro fratello George Floyd,
noi che viviamo tranquilli e liberi in Europa non potremo mai comprendere il significato di tre secoli di schiavitù e sopraffazione, percepire sulla pelle l’ingiustizia e la supremazia bianca persino nei concetti della religione cristiana: Maria e Cristo sono raffigurati biondi e chiari, mentre i demoni con pelle e capelli scuri.
Mohammed Ali affermò in un’intervista: “Gli angeli neri davvero non ci sono?” se esistono spero che ti accolgano loro in paradiso.

Ti scrive un immigrato che si chiama Majid Daoudagh (Italo marocchino) dall’Italia, una terra dove da trent’anni scorre il sangue dei neri assassinati dall’ingiustizia sociale e dall’ indifferenza politica. La prima vittima fu Jerry, un bracciante raccoglitore di pomodori nelle campagne di Terni, assassinato nel 1989 dai mafiosi di un clan che volevano dominare il territorio sottomettendo i disperati con la stessa violenza che utilizza il regime americano per assoggettare l’intera popolazione nera. Da anni, qui in Italia il caporalato nelle campagne è al servizio della criminalità, schiavizzando e ricattando manodopera straniera di ogni colore, fuggita dalla povertà dei Paesi di origine: africani, maghrebini, cinesi, schiave dell’est Europa.

Caro George, la realtà spegne i sogni e la lotta per resistere si esprime con il rifiuto, con la rabbia e talvolta con la rivolta, il fuoco di questi fratelli sottomessi brucia dentro di noi.
Dichiariamo guerra alla menzogna, al terrorismo politico ed intellettuale che per anni ha predicato una dottrina definita” legge”, che inchioda le nostre esistenze ad un permesso di soggiorno, ad una residenza, ad un contratto di lavoro/schiavitù, che ha ucciso le illusioni di chi è fuggito alle difficoltà di terre lontane per rinchiuderci in centri di accoglienza e tendopoli, dove nessun potere politico ci ha difesi, ma sfruttati come pedine elettorali.
Siamo stati costretti a tacere dall’odio e dalle minacce razziste degli stessi mandanti della tua uccisione, che comandano imponendoci la schiavitù della loro fede, cultura e modo di vivere senza considerare che l’immigrazione ha favorito la crescita e lo sviluppo di nazioni come gli Stati Uniti e l’Europa.

Caro George, anche noi siamo simbolicamente e materialmente assassinati ogni giorno, come è accaduto a coloro i quali hanno dato la vita per non perdere la propria dignità in luoghi chiamati Rosarno e Castel Volturno, hanno sfidato la mafia piuttosto che continuare un’esistenza di stranieri in schiavitù, sottoposti a continui ricatti e vessazioni per un pezzo di pane.

Guardando la terribile immagine della tua agonia, riesco ad immaginare mentre ti passava dinnanzi agli occhi la vita e storia tragica dei tuoi antenati, la sofferenza dei deportati in America. Spero che la tua morte non sia stata vana e che conduca ad un movimento di ribellione globale contro la sopraffazione e le ingiustizie. Sciascia in un suo libro scriveva: “Oggi siamo chiamati ad una riflessione profonda oltre le dottrine, la religione ed ogni fanatismo basandoci esclusivamente sulla ragione, salvando quello che resta della nostra umanità”.

Quando ti accoglieranno gli angeli neri, chiedi loro quante vittime sono sepolte nel Mar Mediterraneo senza una preghiera, una tomba, un fiore. Se le incontrerai, salutale dicendo loro che sulla terra ci sono persone che continuano a lottare per la giustizia, per creare un mondo diverso, dove l’unico colore è quello dell’umanità invece di bianco, nero o giallo, dove nessuno si sente in diritto di sopraffare e schiavizzare.

Oggi, caro George, voglio abbracciare la tua anima che resterà in eterno tra noi per guidarci in un percorso verso la nostra umanità, verso una fratellanza in cui non ci siano schiavi o stranieri. Vestiamoci di umanità invece che di razze, di colore della pelle, di ideologie e pregiudizi.

Abdelmajid Daoudagh

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