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DoveStiamoAndando? Al cinema a capire i regimi autoritari

ROMA – Alcuni film provano a evocare quanto possa essere pensato e agito all’interno di una società repressa, mentre altri, spesso realizzati da esuli, raccontano le rigide limitazioni dovute a regimi “autoritari” e/o a culture arcaiche, bigotte, riflette Claudio Carusellicritico cinematografico, ideatore e direttore de “il cinemante”

Qualche esempio?
Nel primo filone
, mi viene in mente subito la cinematografia iraniana, all’estero la più nota, apprezzata, insignita di premi che sono stati determinanti per la sua stessa vita e distribuzione. Nonostante la scelta stilistica di aggirare la censura piuttosto che sfidarla, nomi come Abbas Kiarostami e Mohsen Makhmalbaf, resi celebri da circuiti festivalieri del livello di Cannes e Venezia, nel recente passato hanno più volte avuto difficoltà a distribuire le loro pellicole. E ai giorni nostri, malgrado le presunte e dichiarate aperture alla libertà di espressione, registi come Mohammad Rafulof o Jafar Panahi hanno subito l’arresto, e condanne a sei anni di reclusione, divieto di girare film e anche di rilasciare interviste.

Nel secondo filone, di chi se n’è andato per cercare libertà interiore e artistica prima ancora che per sfuggire a eventuali persecuzioni, inserirei Aleem Khan, inglese per nascita e da parte di madre, padre pakistano. Questo regista è omosessuale e laico, scelte di vita che al suo Paese potrebbero condurlo persino a una condanna a morte. After love, suo film di esordio, racconta con grande spirito creativo e pathos la lacerata ricerca di se stesso nella dualità, nel conflitto di cultura, di identità


E in Cina che succede?
Il regime arresta sul nascere ogni tentativo di espressione “non conforme” alla propaganda di Stato. Dei film da importare, lo stato praticamente blocca qualsiasi pellicola, soprattutto americana, ma direi in generale di matrice occidentale. Della produzione interna, lo Stato esamina ogni pellicola e decide di permetterne il finanziamento (a volte anzi provvedendo direttamente) o al contrario di bocciarne la realizzazione al minimo sospetto di “dissidenza”. Un esempio clamoroso fu nel 2019 alla Berlinale, quando, per non meglio precisati “problemi tecnici” il famoso regista Zhang Yimou (autore di Lanterne Rosse e Ju Dou, film entrambi candidati all’Oscar), all’improvviso ritirò dal concorso il suo film One second. La trama, che a noi occidentali avrebbe ricordato Il Monello di Chaplin, era stata infatti giudicata poco edificante quale rappresentazione di uno spaccato di società cinese. One second fu ammesso nelle sale cinematografiche cinesi solamente dopo che il regista ebbe smussato qualsiasi punto potenzialmente critico e rimontato la pellicola.

Discorso a parte meritano le giovani leve, la cosiddetta dgeneration – d sta per digital – che stanno al di fuori di ogni logica produttiva e distributiva “ufficiale: camere digitali, totale indipendenza, bassissimi budget, distribuzione esclusivamente in Occidente. Al di là di obiettivi limiti tecnici, alcuni lavori sono assai interessanti; citerei, per tutti, il regista Ying Liang il cui bel film Taking father home (significativo il titolo direttamente in inglese) è esemplare del cinema cinese più recente, e dissidente.

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