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Randa Ghazy. Uno sguardo alle libertà e al futuro del mondo arabo

CULTURE

Il popolo arabo continua a lottare per le libertà civili. Di fronte agli scontri che sconvolgono ancora l’Egitto poco prima delle tanto attese elezioni, all’ipotesi di un intervento straniero in Siria, che scatenerebbe un “terremoto” in tutto il Medio Oriente, e ripensando anche a ciò che è accaduto qualche settimana fa da questo lato del Mediterraneo, con l’ennesima vignetta sul profeta Muhammad che ha scatenato le ire degli integralisti contro la redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo che l’ha pubblicata, abbiamo incontrato la scrittrice di origine egiziana Randa Ghazy e abbiamo parlato con lei di libertà di espressione e di futuro, quello del mondo arabo.  Anche lei, giovane autrice del libro Sognando Palestina, ha subito intimidazioni, scontrandosi con molti luoghi comuni che una parte del mondo occidentale continua a condividere.

LA MIA VERITÀ – Ho incontrato Randa Ghazy e sono rimasta colpita dalla pacatezza e dalla pertinenza nelle risposte di questa giovane scrittrice. Un’intervista che mi ha anche aiutato a capire il punto di vista di molti giovani sul futuro del mondo arabo,  in continua evoluzione.

Signora Ghazy, cosa pensa della vignetta in questione e cosa ci può dire della sua esperienza personale a proposito di minacce ed intimidazioni ricevute per il suo libro Sognando Palestina?

“Penso che pubblicare la vignetta sia stato un gesto strategico, forse mirato ad aumentare le vendite. In generale credo che nel dibattito sulla libertà di espressione si tende a dimenticare che essa non deve arrivare a discriminare, insultare credi, religioni o persone. Se ognuno fosse “libero” di utilizzare qualsivoglia forma di arte per esprimere sottilmente disprezzo verso una cultura, una religione o una civiltà specifica, perderemmo il senso del rispetto reciproco. Non si può giustificare l’inciviltà delle reazioni violente che seguirono alle vignette danesi su Maometto e a questa vignetta, ma nemmeno continuare a fomentare le incomprensioni reciproche con provocazioni che più che esprimere un pensiero compiuto o un messaggio artistico, mirano solo a rigirare il dito nella piaga. La parola d’ordine qui dovrebbe essere sobrietà.
La storia legata al mio primo romanzo è molto diversa, poiché il libro affrontava la questione palestinese e denunciava in qualche modo anche l’inerzia dei Paesi arabi. In Egitto la sua pubblicazione e promozione è stata osteggiata con un boicottaggio alla fiera del libro de Il Cairo, intimidazioni al mio editore, eccetera. La versione araba che doveva essere pubblicata in Giordania non è mai partita perché all’epoca rifiutai di cancellare un riferimento al settembre nero del 1970. Credo che, non essendo ancora scoppiate le rivoluzioni arabe, in quegli anni (il mio libro è uscito nel 2002) si cercasse continuamente di non stimolare l’indignazione del popolo sulla questione palestinese ed altre analoghe”.

In questi casi si incorre in una fatwa. Può spiegarci il vero  significato di questo termine?

“La parola è molto diffusa, ma tanti non sanno esattamente cosa significa. In Italia viene tradotta dai media come sentenza, basandosi su quella emessa da Khomeini (sciita) nei confronti di Salman Rushdie. Non si trattava di una sentenza, anche perchè nella giurisprudenza islamica non si possono emettere sentenze in assenza dell’imputato, che deve essere presente e deve rispondere alle accuse e presentare le sue difese, tranne che nei casi di irreperibilità. Per l’Islam, la fatwa non è mai generica, deve essere sempre legata al mufti, al tempo e al luogo nel quale viene fatta”.

Torniamo al suo libro Sognando Palestina, che lei ha scritto a soli ventidue anni. Quali critiche ha ricevuto? Da chi? E cosa le ha scatenate?

“Le critiche maggiori in Francia e in altri Paesi europei, oltre che negli Stati Uniti, sono legate innanzitutto ad un fraintendimento. Molti giornalisti hanno avuto gioco facile a copiare e incollare battute dei personaggi del romanzo e ad attribuirle a me, facendomi sembrare una guerrafondaia. Raccontando una guerra, il linguaggio che ho usato a volte era violento. Ma c’è bisogno di spiegare cos’è la finzione letteraria? Il guaio vero è che per molte associazioni sioniste non si può criticare Israele, e se lo si fa si viene bollati automaticamente come antisemiti. Quindi, tra giornalisti e filo-sionisti, Sognando Palestina è stato usato per urlare alla minaccia all’esistenza di Israele, all’antisemitismo, eccetera. Negli USA sono stati fatti tentativi per non far pubblicare il libro e in Francia si è cercato di boicottare la Flammarion, la casa editrice che ne aveva acquistato i diritti”.

Da parte degli occidentali, quali sono le domande più frequenti e fastidiose che le vengono poste per il solo fatto di essere musulmana e di origine egiziana?

“Molte, direi” (e preferisce non aggiungere altro).

Le “Rivoluzioni” nel mondo arabo sono diventate tema di riflessione e confronto anche tra gli scrittori ed intellettuali arabi. Al Festival della letteratura di Mantova dello scorso settembre ne ha parlato, per esempio, Ala Al-Aswany, uno dei più importanti autori egiziani del momento. Cosa pensa lei di quello che è accaduto e sta accadendo in Egitto e nel mondo arabo in generale? 

“Penso che stia accadendo l’inevitabile, io stessa mi stupivo anno dopo anno di quanto ampia fosse la capacità di sopportazione degli egiziani. Le ingiustizie sociali non facevano che aumentare e Mubarak non si sforzava neanche più di nascondere i brogli elettorali e i conflitti di interesse. Ho molta fiducia nei confronti di queste sollevazioni, non perché mi aspetti che sfocino in governi belli e bravi (la democrazia non è un prodotto pronto all’uso, ed importare format occidentali non funzionerebbe di certo), ma perché sono il segno di un’evoluzione, di qualcosa che cambia in luoghi dove tutto è rimasto immutato per anni e il popolo sembrava soggiogato, disposto ad accettare qualsiasi cosa. Sono molto orgogliosa della presenza femminile nei movimenti egiziani e tunisini e della solidarietà interreligiosa di piazza Tahrir. Credo che le teorie complottiste, di chi dall’altra parte del mondo solleva dubbi su quanto queste rivoluzioni siano autoctone o quanto manovrate dall’altro, dimostrino la totale inettitudine di chi ha sempre ritenuto gli arabi non meritevoli di democrazia. Quello che più di tutto mi interessa capire di queste rivolte, in ogni caso, è la funzione rigenerativa che possono avere in ambito sociale e politico: è arrivato finalmente il momento di interrogarci su come creare Stati moderni e democratici senza per questo perdere la nostra identità culturale e religiosa? Spero di sì, e dopo il risultato tunisino sono molto curiosa di vedere cosa accadrà alle elezioni egiziane. Nel frattempo seguo con trepidazione la lotta, di certo non conclusa, per le libertà civili (uno dei blogger egiziani più popolari è tuttora in carcere)”.

Quale futuro prevede?

“Non ho idea di cosa accadrà, temo che alle elezioni egiziane i Fratelli musulmani riusciranno a convogliare i voti di chi è genuinamente grato al partito per il suo operato in campo assistenziale e di chi tiene alla funzione della religione come guida della società. Temo anche che il proliferare di partiti e partitini spesso semi-sconosciuti determinerà una dannosa dispersione di voti proprio a favore dei Fratelli. In generale spero che anche altri paesi (vedi quello che sta accadendo in Angola) si facciano condizionare dalla primavera araba”.

 

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