DoveStiamoAndando: sempre in Pakistan, a contaminarci

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Barikot, Pakistan (Ph. Ismeo)

ISLAMABAD – Particolarmente interessante la benevolenza dei sovrani greci nei confronti della spiritualità buddhista:  atteggiamento che favorì molto la diffusione, nel tempo, degli  echi dell’arte ellenistica.  Il particolare microclima dello Swat permette infatti due raccolti l’anno di riso e grano, dagli stessi terreni, e il Buddismo si proponeva  come protettore dell’acqua e dei raccolti. I monasteri avevano allora un loro peso economico, le comunità buddiste erano le uniche che sapevano leggere e scrivere, avevano nozioni di edilizia, agricoltura, medicina, agronomia, ecc.

Durante il regno di Demetrio I di Battria (250-130 a.C, ), vennero coniate le più grandi monete in puro stile ellenistico mai rinvenute finora. Dal suo regno, che comprendeva l’odierno Afghanistan, la cultura ellenistica si irradiò in tutto il Pakistan settentrionale, poi in direzione dell’India, quindi nel sud est asiatico verso il nord e in Asia centrale.
La presenza di una stupa (monumento buddhista per conservare reliquie) datata intorno al 180 a.C. nella città indo-greca di Sirkap (odierna Taxila, già sede di una delle prime università al mondo) evoca poi un crescente sincretismo tra l’ellenismo e la fede buddhista, non escludendo echi di induismo e zoroastrismo.

Tra il II e il I secolo a.C, aumentarono le statue di Buddha in piedi, con vesti ellenistiche dalle pieghe raffinate e realistiche; l’interno dei templi buddhisti appare sovente decorato con fantastici animali marini tipici della Grecia del V secolo a.C, incaricati di traghettare le anime dei morti verso un paradiso al di là degli oceani. Continuamente, dagli scavi emergevano intanto vasellame, monete, iscrizioni, figurine in terracotta, sigilli e monili, sculture e stele buddiste in pietra, perline, ceramica, gioielli tradizionali, abiti, strumenti musicali.

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Scavi archeologici, Pakistan (Ph. Ismeo)

Tutte queste meraviglie sono ospitate e degnamente esposte nel Museo dello Swat, costruito nel 1963 con contributo italiano; nel 2010, dopo la fine delle ostilità, ancora restaurato dagli operatori italiani, e nel 2013 riaperto, strutturato con nove gallerie organizzate sia in ordine cronologico sia per siti (Barikot, Saidu, Butkara…), dalla preistoria all’era premoderna – e oltre 2.000 manufatti unici.

Fulcro degli scavi archeologici e delle ricerche, nonché sede di tutta la formazione del personale, Barikot (in sanscrito Vajirashtana,  in Greco Bazira)

La successiva arte Gandhara (I-III sec. d.C.) – conosciuta in tutto il mondo – è prevalentemente rappresentata da rilievi in pietra, caratterizzati dall’essere quasi esclusivamente di soggetto buddistico e dalla compresenza, accanto alla grande tradizione indiana, di influssi classici, persiani e centro-asiatici. Alcuni sono in piedi, scolpiti con la specifica tecnica greca di rendere le mani – e talvolta i piedi – in marmo, per aumentarne l’effetto realistico, lasciando il resto del corpo in un altro materiale. Un’altra conferma – ennesima – che la commistione è elemento indispensabile, anche se non sufficiente, per il progredire delle civiltà, ovunque, e delle culture, anche le più diverse.

Se non ci contaminiamo l’un l’altro inaridiamo, diventiamo sterili. Del resto, che per esseri umani, animali, piante (come per le Arti e le Scienze), la “purezza” conduca alla paralisi, all’estinzione, è legge naturale. Inesorabile anche se, non di rado, accettata con difficoltà e praticata con velleitaria riluttanza.

LEGGI ANCHE: DoveStiamo Andando: da Venezia al Pakistan a scavare il passato

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