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Covid-19. Riflessioni di Rania Hammad


Conosco Rania Hammad da quando, bambina, sovente seguiva il padre (un diplomatico palestinese molto attivo per la pace) nei suoi dibattiti in mezza Italia. Sono passati una trentina di anni poco più poco meno, nei quali si è laureata in Scienze Politiche e ha conseguito un Master in Relazioni Internazionali, ha insegnato Relazioni Internazionali alla S. John’s University, ha scritto i libri “Palestina nel cuore” e “Vita tua Vita mea” (Sinnos ed), si è sposata, ha avuto due figlie. Ha militato – e continua tuttora – per il suo Paese e per la pace nel suo Paese; ha respirato da subito l’aria del mondo e lo ha percorso.

Ma le è rimasto uguale quel modo di guardare che sembra giudicarti e al contempo chiederti cosa pensi di lei. Scrive molto bene (italiano, arabo, inglese), ha anche firmato la prefazione al mio libro “L’incantesimo dei tanti mondi – Conversazioni con Vincenzo Parma”. Eppure ogni volta, parlando di libri ti chiede, con un’espressione seria seria: “Davvero pensi che io non sia così male??!”

No, Rania. Proprio no. Anzi, il contrario.

Così, quando mi ha mandato da leggere queste sue riflessioni, di slancio le ho proposte alla direttrice Silvia Dogliani, che le ha subito approvate.

Eccole.

Stiamo finalmente capendo che alla base di tutto c’è la salute. Dopo questa prova avremo imparato la più grande lezione, cioè che la spesa militare non deve superare né essere più importante di quella per la sanità. L’emergenza sanitaria ci dimostra che senza la salute, non serve a nulla un esercito potente.

Dal conflitto israelo-palestinese alla guerra civile in Siria, ai morti dello Yemen, o alla situazione dei profughi tra la Turchia e la Grecia, o ai militari statunitensi arrivati in Europa, la minaccia più grande è oggi l’emergenza sanitaria mondiale. Un pericolo concreto che tocca ognuno di noi, che non fa distinzione di nazionalità o religione o ideologia, che soprattutto non si ferma a nessun confine e non può essere arrestato da nessun esercito: il virus COVID-19.

La più grande lezione per tutti gli Stati del pianeta, e per le relazioni internazionali, è che non sono più sostenibili le priorità della politica fino ad oggi perseguite e fondate su determinati valori. Al vecchio ordine (o disordine) mondiale basato su realismo politico, egoismo, materialismo, consumismo e nazionalismo – il nazionalismo che mette la sicurezza nazionale militare al di sopra di tutto – dovrà necessariamente subentrare un nuovo assetto ispirato a un idealismo pragmatico e realista, che metta i diritti umani al centro della politica e delle relazioni internazionali. Il diritto alla salute in primis, non soltanto in quanto sacrosanto e inalienabile ma perché il solo in grado di fronteggiare minacce per la vita umana sulla Terra e per la stessa Terra. Eserciti e muri non possono fermare l’inquinamento né i virus.

Arriveremo a comprendere il valore della cooperazione, dell’interdipendenza tra Stati e popoli, delle organizzazioni internazionali e regionali. Emergerà prima o poi chiaro il cinismo di governi che nell’ “altro” vedono comunque un nemico, e che ben sovente i discorsi sulla necessità di difendersi mascherano aggressività e volontà di dominio.

In questo momento è come se la Cina fosse gli Stati Uniti, e gli Stati Uniti fossero la Cina. In altre parole, oggi la Cina si dimostra un baluardo di civiltà. Si comprende meglio pure il significato di orientalismo, cioè quel sostanziale disprezzo che l’occidentale nutre verso l’orientale e che in realtà è un’arma per dominarlo, anche solo culturalmente. La Cina è sempre stata demonizzata dal mondo occidentale, non compresa. E dunque mentre la Cina fa il più grande sacrificio, fermando l’ economia per proteggere dal coronavirus la popolazione sua (e del resto del pianeta), gli Stati Uniti simbolo di libertà benessere e democrazia sottovalutano (hanno sottovalutato N.d.R) la minaccia sanitaria: del resto, la loro visione del mondo esclude un sistema sanitario nazionale a tutela della popolazione.

La dissonanza cognitiva che si prova realizzando che tutto può essere l’opposto di tutto, è destabilizzante. Questa emergenza sanitaria dovrebbe farci riflettere anche su crisi internazionali di altro genere e soprattutto su quali valori fondamentali vogliamo d’ora in poi proteggere. Dovremmo rivedere i nostri stili di vita, comprendere che la cooperazione è l’unica via perseguibile: soprattutto dovremmo renderci finalmente conto che l’altro siamo noi.

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